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Autismo/2 – Intervista a Nicola Purgato

Dopo la querelle scatenata dal documentario Le Mur, che accusa gli psicoanalisti, in particolare lacaniani, di non saper curare l’autismo, anche in Italia si è creato un dibattito. A questo punto ci sembra utile ascoltare gli argomenti degl analisti lacaniani, e parlare della situazione italiana.

Intervista a Nicola Purgato, psicoanalista lacaniano SLP – direttore terapeutico Antenna 112 e Antennina (Venezia) 

1) La querelle francese attorno alla diagnosi dell’autismo vede come principali ‘nemici’ proprio gli analisti lacaniani, accusati di essere particolarmente inadeguati nel riconoscimento e nella cura della malattia. Si accusano gli psicoanalisti da una parte di procedere per dogmi, dall’altra di cercare per anni le cause ultime, quelle dell’inconscio, mentre intanto i bambini autistici vivono uno stato di sofferenza. Lei come risponde alle critiche, da analista e da analista lacaniano?

C’è sempre qualcosa di vero all’origine dei miti ma è piuttosto difficile trovare l’inizio della leggenda lacaniana secondo cui gli analisti che si occupano di autismo sarebbero più interessati al dibattito sulle “cause” che ai bambini e alle loro sofferenze. C’è una sorta di paradosso perché se c’è qualcosa che Lacan ci ha insegnato è proprio l’estraneità al dogma nel lavoro analitico, fautore com’era di una “logica elastica”. Per i lacaniani, infatti, non è la ricerca della “causa ultima” ad essere centrale nella terapia ma la “risposta”, ossia il modo in cui ciascun soggetto risponde al trauma, psichico o reale che sia. Questa posizione non esclude la ricerca della cause, anzi la apre ad ogni possibilità.

L’attacco mi pare quindi ideologico e infondato. Ricordo che sono stati alcuni lacaniani i primi a difendere la specificità dell’autismo. Pensiamo a Rosine e Robert Lefort che fin dagli anni ’50 – ancora vivente Lacan e con il contributo di quest’ultimo – hanno lavorato per individuare la specificità dell’autismo rispetto alla psicosi, non solo nella prima infanzia, ma anche nell’adolescenza e nell’età adulta. Dobbiamo poi ad alcune tra le personalità di maggiore rilievo della psicoanalisi lacaniana francese la creazione di “spazi” per i bambini autistici. Françoise Dolto con la Maison Verte a Parigi e Maud Mannoni a Bonneuil crearono esperienze alternative all’istituzionalizzazione, dove il percorso terapeutico era pensato a partire dall’accoglienza e dalla disponibilità dell’adulto a seguire la singolarità di ciascuno. Si tratta di centri che rifiutano categoricamente la categoria di «istituzione totale», preferendo – antinomicamente – quella di «istituzione esplosa», ossia luoghi la cui apertura verso l’esterno, così come il rifiuto di prendere il posto di altre istituzioni nelle quali il soggetto deve integrarsi (famiglia, scuola, lavoro, società…) è centrale.

2) Tra i cosiddetti dogmi psicoanalitici c’è il concetto lacaniano di «madre coccodrillo», invadente e castrante, o la «fortezza vuota» di Bettelheim, per definire i bambini autistici, e della «madre frigorifero». Insomma la causa viene sempre dalla madre?

La psicoanalisi applicata all’autismo non è solo Bruno Bettelheim. Lacan – sebbene non esplicitamente – ha confutato le tesi di Bettelheim nel discorso pronunciato alle giornate organizzate da Maud Mannoni a Parigi nel 1967 criticando aspramente “la psicoanalisi quando abborraccia con un po’ di folklore un fantasma fasullo, quello dell’armonia alloggiata nell’habitat materno”.

Liberati con fatica da questa sorta di peccato originale che per anni è stato rinfacciato alla psicoanalisi, si sta ora cercando di reintrodurre un nuovo “strumento concettuale” per infangarne nuovamente l’immagine. Lacan parla della madre-coccodrillo nel 1970 in una lezione del Seminario XVII. Egli la cita come una figura dell’Altro del desiderio con cui ciascuno di noi ha a che fare: “Un grosso coccodrillo nella cui bocca vi trovate – questa è la madre” diceva ai suoi uditori, tra cui dubito ci fosse qualche autistico. Ora, non serve certo fare ricorso a Lacan per comprendere quanto il desiderio dell’Altro possa essere pericoloso, soprattutto quando pretende di fare il bene di qualcuno.

Lacan, tra l’altro, non usa mezze misure per ironizzare su quei terapeuti o analisti che nella ricerca delle cause ambientali “vanno errando come anime in pena dalla madre frustrante alla madre ingozzante e [...] in una ricerca a tastoni su una carenza paterna, si inquietano a distinguere fra il padre tuonante, il padre bonario, il padre onnipotente, il padre umiliato, il padre goffo”. Lacan ha insegnato, invece, a cogliere il valore dell’Altro nel suo statuto simbolico, dotato di proprie leggi, autonomo e irriducibile all’altro inteso come simile, come altro io, fosse anche quello del padre e della madre che – nella sua lettura strutturale di Freud – diventano due funzioni all’interno di un “discorso”.

3) Cosa pensa della qualità del documentario Le Mur che ha scatenato la vicenda? E’ stato giusto poi ritirarlo?

Con il film Le Mur di Sophie Robert si esce dal dibattito scientifico e si entra nella propaganda più o meno ben costruita. Quella di questo film non è neppure ben costruita, visto che il tribunale di Lille ha riscontrato manomissioni tali nel montaggio delle interviste agli psicoanalisti da ravvisare gli estremi di reato, perché – come cita la sentenza – si “attenta alla loro immagine e alla loro reputazione in quanto il senso delle loro affermazioni è snaturato”. Ogni volta che si ritira un film, si finisce col farne più pubblicità di quanta ne meriti; questa è una delle ragioni – non l’unica – per cui l’ingiunzione di ritirare il film non mi entusiasma particolarmente. Quel che è certo è che tramite la costruzione di una immagine caricaturale della psicoanalisi si è trattato di propagandare altri metodi che si pongono come alternativi alla psicoanalisi. Si è anche evocato l’esempio di Mickael Moore ma mentre quest’ultimo ha subito diversi processi e li ha vinti tutti, Sophie Robert questo l’ha perso. Inoltre, mentre Mickael Moore si mette in scena e filma le domande (e relative risposte) che pone ai suoi interlocutori, Sophie Robert non appare mai e nel montaggio separa le domande dalle risposte snaturando il senso di queste ultime. Insomma, non sarebbe difficile con questo modo costruire un film contro i metodi neo-comportamentali.

4) Aldilà della polemica, com’è possibile che in Francia proprio su questa specifica malattia esista una storica inefficacia rispetto ad altri Paesi europei?

Conosco alcune strutture francesi che si occupano di autismo e non riscontro una particolare inefficacia a meno che, per il semplice fatto di non seguire i modelli neocomprtamentali ABA e TEACHH, si giudichi il lavoro ivi svolto come carente. Alcuni anni fa, precisamente nel 2007, Jacqueline Berger, giornalista di Libération e madre di una coppia di gemelle autistiche, ha descritto positivamente il percorso avuto presso un centro pubblico che seguiva il metodo psicoanalitico e l’ha testimoniato nel suo libro Sortir de l’autisme. Credo che tutta la polemica sia montata ad hoc dal business delle terapie neo-comportamentali, tuttavia – ad di là delle diatribe attuali – come analisti dobbiamo riconoscere che ancora oggi – soprattutto in Francia – alcuni psicoanalisti continuano a non distinguere l’autismo dalla psicosi. Grave errore, a mio parere, anche se andrebbe comunque specificato che la concezione psicoanalitica della psicosi non corrisponde a quella “deficitaria” tipica della psichiatria.

In Francia la cultura, la società, le strutture sanitarie sono intrise di psicoanalisi e per questo agli occhi dei più essa può apparire in una posizione dominante, di potere, quindi facilmente attaccabile nel momento in cui si voglia scalzare un sistema per farne subentrare un’altro. Sono certo che la maggior parte di quanti sono ora ingaggiati nella lotta contro la psicoanalisi lo fanno non tanto per una conoscenza diretta (ovvio che cialtroni se ne possono incontrare in tutti i campi!) quanto per un sentito dire o per degli stereotipi caricaturali. Quanto ad altri metodi, basta cliccare sul pc, per rendersi conto che in Francia ci sono tutti!

5) L’Italia in cosa differisce dalla Francia rispetto alla cura dell’autismo? Che ruolo hanno gli psicoanalisti?

In Italia la situazione è bene illustrata dal recente rapporto del CENSIS, La dimensione nascosta delle disabilità, secondo cui il 72,5% degli autistici fino ai 14 anni frequenta la scuola. Per quanto riguarda la diagnosi, invece, quasi il 50% ha dovuto attendere tra 1 e 3 anni per averla, mentre il 13,5% ha atteso addirittura più di 3 anni. Relativamente agli interventi, emerge che quasi tutti i bambini con autismo ricevono qualche tipo di intervento riabilitativo. Sulle modalità di presa in carico seguite abbiamo – almeno fino ai 14 anni – circa un 58% che ha avuto interventi cognitivo-comportamentali; il 63% (fascia 3-7 anni) e il 41% (fascia 8-13 anni) logopedia; il 62% (fascia 3-7 anni) e il 36% (fascia 8-13 anni) psicomotricità; mentre solo il 18% circa ha seguito una psicoterapia psicodinamica.

In Italia la psicoanalisi non è mai stata dominante, sebbene abbia contribuito a cambiare il modo di pensare e i costumi degli italiani. Rispetto all’autismo, le cifre appena riportare sono eloquenti: gli psicoanalisti non devono difendere “quote di mercato” come qualche giornalista ha recentemente insinuato. La psicoanalisi, proprio perché dà importanza alla risposta soggettiva che ciascuno mette in campo, anche in situazioni estreme come l’autismo, prende l’invenzione di ciascuno per quanto sintomatica, limitata, povera che sia (quindi anche una stereotipia, una filastrocca, un oggetto privilegiato, un rituale…) per farne il punto di partenza di un lavoro non tanto di interpretazione, quanto di costruzione. Non si invita il bambino ad allungarsi su una chaise longue ma lo si accompagna nello sviluppo delle sue abilità e capacità al fine di ottenere una pacificazione degli agiti aggressivi, una riduzione dei comportamenti evitanti, un’articolazione della “risposta” sintomatica iniziale in abilità sempre più ampie e in grado di offrire delle chances di legame sociale. La psicoanalisi in quanto basata sull’ascolto del soggetto non può che porsi al servizio della sua particolarità.

6) In un documento di risposta alle accuse francesi l’Associazione lacaniana delegittima le psicoterapie cognitivo-comportamentali. Non sarebbe più saggia una sorta di ‘alleanza terapeutica’ tra i diversi approcci- psicoanalitico, neurologico, psicoterapeutico – invece di guerre più o meno aperte tra analisti e psicoterapeuti?

Sarebbe interessante potersi confrontarsi tra specialisti diversi e di orientamenti diversi, ma in questo momento non è certo la psicoanalisi, tantomeno quella lacaniana, che si oppone o sottrae a ciò. Mai come oggi, la psicoanalisi e le scienze neurobiologiche sono state così vicine. I nuovi modelli di plasticità neurale permettono ai due campi del sapere di incontrarsi in modo fecondo, eppure proprio adesso si assiste ad una battaglia contro la psicoanalisi come mai prima d’ora, condotta non tanto su questo nuovo terreno stimolante ma su antichi pregiudizi e con vecchi strumenti, il cui vero obiettivo è di metterla alla berlina, estrometterla dalla scena e ridurla al silenzio.

Anche in Italia, le recenti Linee Guida promulgate dall’Istituto Superiore di Sanità, pur avendo intenti meritevoli tra cui quello di fare luce su una ridda di metodi e proposte terapeutiche che spesso rasentano la cialtroneria e di ribadire la complessità di questo disturbo che a tutt’oggi “non rende possibile il riferimento al modello sequenziale eziopatogenetico, comunemente adottato nelle discipline mediche”, fa poi una scelta di campo chiara e netta sulla metodologia della presa in carico, escludendo a priori ogni riferimento alla psicoanalisi. I lacaniani in Italia si schierano tra coloro che sono a favore della petizione per la riapertura del tavolo di lavoro sulle Linee Guida nella speranza di contribuire a dare un apporto significativo alla clinica dell’autismo che rischia di diventare semplice “modificazione del comportamento tramite condizionamento”. Le migliori risposte all’enigma dell’autismo non si trovano opponendo petizioni a petizioni, come se si fosse in una tifoseria sportiva, e neppure escludendo a priori chi da anni ha una pratica clinica. La clinica lacaniana con i soggetti autistici non colpevolizza i genitori, non disdegna indagini genetiche, approfitta di varie tecniche educative ma orientando la propria attenzione alla particolarità di ciascun soggetto, particolarità che in questo momento storico globalizzante e omologato solo la psicoanalisi mette al centro.

(le immagini sono tratte dal libro Drawing Autism)

L’autismo divide la Francia – BartlebyCafé

Una scienza a statuto speciale? – RadioTre Fahrenheit

L’autismo dei lacaniani (Sole 24Ore – Gilberto Corbellini)

Senza prove non è terapia (Sole 24Ore – Gilberto Corbellini)

Il manifesto degli analisti – Una scienza a statuto speciale 

Laicità e ricerca per la psicoanalisi (Sole 24Ore – Vittorio Lingiardi)