Non solo Potter

La saga continua. Quella di Harry Potter no, è finita davvero. Ma la sua creatrice J. K. Rowling, si poteva dubitare che  rinunciasse per sempre al prezioso giocattolo costruito con sapienza di una fama planetaria? E infatti arriva puntuale ‘la notizia’, che se sei una scrittrice di quella fama può anche prendere la forma di un laconico post-it vergato a mano su un sito peraltro momentaneamente chiuso per refresh.

La saga Rowling continua con queste sue poche righe: ”Sebbene sia stato per me un grande piacere scrivere ogni singola riga della serie di Harry Potter, il prossimo libro sarà molto diverso”. Quanto basta per farne un lancio mondiale d’agenzia, urgente.

Naturalmente la nuova storia di J. K. R., mediatica prima che scritta e pubblicata, impone che nel corso dell’anno ci siano rivelati altri dettagli. Per ora sappiamo che ha cambiato editore, non è più Bloomsbury ma Little Brown. Il motivo? In un’altra sua dichiarazione, su We love this book: ”La libertà di esplorare nuovi territori è un dono che ho ricevuto dalla saga di Harry Potter, e trattandosi di un terreno del tutto nuovo mi è sembrato naturale rivolgermi a un nuovo editore”.

Chissà che libro ha in mente. Forse un giallo, che sembra il naturale approdo, ‘di genere’ ma per adulti, per lei così brava nelle trame complesse e nei dialoghi. Ci sentiamo di escludere il romanzo sentimentale, storico, o filosofico-esistenzialista. Comunque vada, il suo delitto è stato perfetto. Se Arthur Conan Doyle è riuscito a ‘uccidere’ solo per poco tempo il troppo famoso Sherlock Holmes, per poi soccombere di nuovo alla sua creazione, a lei l’omicidio del maghetto è riuscito. Adesso la scena, e la saga, è davvero tutta sua. E se con Con Harry Potter ha venduto oltre 450 milioni di copie diventando la  quindicesima donna più ricca del Regno Unito con un patrimonio di 530 milioni di sterline, non è detto che non riesca ad arrotondare la già fantastica cifra con un buon thriller.

 

 

Sir Arthur contro Holmes

Ci voleva la nota psicoanalista, biografa di Lacan, Elisabeth Roudinesco, per firmare per Le Monde questa lettura sul ‘dissidio’  Holmes/Conan Doyle e sul lato precursore di Freud in Sir Arthur.

Se è vero - scrive – che tutta la fine del XIX secolo è stata ossessionata dall’irruzione di un discorso narrativo, fondato sia sulla sottomissione al positivismo che sulla fascinazione per i segni dell’anormalità, è insolito constatare come un personaggio immaginario, Sherlock Holmes, sia diventato così reale che si è quasi dimenticato il nome del suo creatore: Sir Arthur Conan Doyle (1859-1930), scrittore vittoriano, nato a Edimburgo, discepolo di Poe, medico impegnato in Sud Africa contro i Boeri, ribelle e visionario, che ha sposato con altrattanta passione la causa dello spiritismo come quella di sua madre, alla quale ha obbedito in tutte le cose.

E’ ispirandosi a questo tema del doppio oscuro che Emmanuel Le Bret in un saggio biografico mostra come Conan Doyle fu costretto, durante la sua vita, a far esister Sherlock, mentre sognava di essere al pari di Walter Scott o di Alexander Dumas. Sir Arthur dava molta più importanza  ai suoi romanzi, ai suoi saggi e al teatro – grande lavoro che quasi nessuno legge oggi – piuttosto che alla saga del detective, la sua duplice maledizione …

Costantemente confuso con il suo eroe, Conan Doyle, esasperato, decide nel 1893 di ucciderlo, all’età di 39 anni, ai margini di cascate di Reichenbach in Svizzera, in singolar tenzone con il suo acerrimo nemico, il professor James Moriarty, l’incarnazione della cattiva scienza e soprannominato il “Napoleone del crimine”: “Immediatamente, ha scritto Le Bret, si alza la protesta (…) e molti sconosciuti hanno scioperato (…) o indossato bracciali di crêpe nero. “

Per dieci anni Doyle si sente liberato dal suo male interiore. “Ho potuto rivivere, almeno per qualche anno, ho una tale overdose di lui – come se avessi mangiato troppo paté de foie gras – che pronunciare il suo nome mi dà ancora la nausea.”

Eppure nel 1903, vergognandosi di aver fatto trionfare il male (Moriarty), resuscita il suo eroe, prima nel Mastino dei Baskerville, che ambienta l’azione prima della morte di Holmes, poi in una serie di nuove avventure. Il mondo britannico tira un sospiro di sollievo e raddoppia gli abbonamenti a Strand Magazine. Sir Arthur non farà più sparire Sherlock. .

In un libro uscito ora, Le méthode de Sherlock Holmes  Dominique Meyer-Bolzinger dimostra che Sherlock anticipa l’approccio psicoanalitico: infatti – spiega Roudinesco – il suo metodo di indagine si riferisce a una clinica dei segni contemporanei di Joseph Babinski (1857-1932), inventore di una semiologia lesionale che lo ha portato a isolare il famoso segno del riflesso inverso dell’alluce, per individuare una lesione del tratto piramidale.

 Si noti che questo neurologo geniale, molto ‘sherlockiano’ , era un essere doppio, sia positivista che affascinato dai fenomeni di telepatia.

Dominique Meyer-Bolzinger ha studiato il profilo di due successori di Sherlock: Hercule Poirot, che accompagna Agatha Christie per 55 anni (1920-1975), e Jules Maigret, che è stato, dal 1931 al 1972, l’ombra di Simenon. Uno e l’altro, dice, hanno messo in relazione il paradigma indiziario  alla psicoanalisi, contribuendo ad una ‘perennità psichica’ del modello holmesiano. 

 Tra Wittgenstein e Colombo

Tra Wittgenstein e Colombo

Mai come in questo periodo il giallo è stato oggetto di dotte investigazioni.  Qualche anno fa è uscito Elementare, Wittgenstein!una specie di filosofia del racconto poliziesco, che mescola narrativa e letteratura filosofica.  Wittgenstein amava molto i polizieschi, al punto che si faceva spedire riviste dagli Stati Uniti con detective stories hard boiled. In una lettera il filosofo confessava di trovare nei polizieschi granelli di saggezza che non esistevano in Mind (l’organo ufficiale dell’accademia filosofica inglese). Il poliziesco all’americana si contrappone a quello inglese, perché qui il lettore deve essere in grado di risolvere il mistero come il poliziotto. La lettura diventa così un esercizio di deduzione e logica che porta diritto alla soluzione.

(Questo ingrediente tipico del giallo inglese purtroppo manca nel secondo episodio dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie, Gioco di Ombre, un film ridondante di azione spettacolare e effetti speciali, ma senza un’ombra di ragionamento investigativo).

Per capire cosa c’entra Wittgenstein con il giallo bisognerebbe leggere il ponderoso libro dell’allievo di Umberto Eco, già maestro post-moderno nel creare collegamenti tra alto e basso, o a dare rilevanza di studio critico a fenomenologie di presentatori pittoreschi.

Invece ci soffermiamo su un altro accostamento, quello tra giallo e psicoanalisi. (nella foto, particolare della copertina di I quattro fiumi, Fred Vargas, Einaudi).

La domanda che le rende affini è: di chi è la colpa? Le dinamiche del  giallo e dell’analisi  sono simili, secondo gli autori,  e i meccanismi della detective story possono essere a pieno titolo accostati ai metodi dell’indagine psicoanalitica. Si parla di Adamsberg, Montalbano, Holmes.   Ma l’esempio più evidente di questa analogia lo offre il tenente Colombo. Le sue storie hanno una struttura narrativa in cui si capisce subito il who e what, il chi e che cosa dell’indagine. Anche la psicoanalisi è una inverted detective story. Colombo è un antieroe dall’abito eternamente sgualcito, è la negazione del narcisismo (diversamente da alcuni psicoanalisti); il suo marcato understatement lo rende inoffensivo, fa abbassare le difese al colpevole.

La cosa più interessante di Colombo è la sua bilogica. Nel metodo così eterogeneo, che parte da un’intuizione iniziale che dà la direzione alle indagini, che poi proseguono con vari sistemi. Ma è nel linguaggio che il doppio binario logico è più interessante, simile al lavoro clinico. Il suo discorso si sviluppa sempre ad almeno due livelli diversi.

“Abile utilizzatore della complessità/ambiguità del linguaggio, Colombo dice all’assassina cose che la dovrebbero rassicurare”. Su questo aspetto linguistico delle indagini non poteva mancare la creatura di Fred Vargas, quell’acchiappanuvole Adamsberg che fa duetti indimenticabili con il suo collega, agli antipodi, Danglard.

Adamsberg: Danglard, lei non è mai stato capace di aspettare.
Danglard: Mai
Adamsberg: Peccato. La frustrazione fa girare il mondo.

Vita di Arthur Conan Doyle

Sherlock Holmes lives again

 

I segreti di Londra

Che un personaggio di pura fantasia come Sherlock Holmes arrivi ad avere una vera casa è una rarità tipicamente inglese, scrive Augias nelle pagine dedicate al famoso detective. Come dargli torto? Il suo viaggio londinese è (anche) un divertito racconto della peculiare natura britannica, di persone cioè «che non è facile amare ma che sono capaci di un comportamento collettivo quasi sempre ammirevole, nel quale misteriosamente convivono grettezza e grandezza, insofferenza e tolleranza, malinconia e humour».Una natura similmente bifronte si ritrova in modo esemplare nella Londra vittoriana (ben documentata nel Museum of London), «la vita più agiata d’Europa e quella più tetra», una spaventosa collezione di povertà e malattie, di teorie demenziali sulla sessualità e sulle donne, di pudori e pruderie. Il tutto edulcorato dalle buone maniere, che coprivano tutti i vizi, «tollerati proprio in quanto coperti, così come coperte dovevano essere le gambe, comprese quelle dei tavoli, o certe parti del corpo come il petto, compreso quello del pollo».

Non stupisce che la società ai tempi della regina Vittoria avesse una doppia morale anche nei confronti dell’omosessualità – nota in Europa come vizio inglese – tollerata in silenzio se vissuta dai privilegiati a vario titolo della società, condannata se a viverla erano i poveri o gli anticonformisti. Come Oscar Wilde, che per quanto appartenesse alla più libera categoria degli artisti, fece della sua vita una troppo ‘pericolosa’ ed esplicita opera d’arte.

Una libertà di essere se stessi di cui poterono invece godere ‘le anime belle di Gordon Square’, il gruppo di intellettuali di cui fanno parte Virginia Woolf e la sorella Vanessa, Lytton Strachey, l’economista John Maynard Keynes, lo scrittore Edward Morgan Forster, il critico d’arte Roger Fry. Condividevano amore per la cultura, vite eccentriche, gusti raffinati e spiriti taglienti. «Contro la stupidità – dice Keynes – anche gli dei sono impotenti. Ci vorrebbe il Signore. Ma dovrebbe scendere lui in persona, non mandare il Figlio; non è il momento dei bambini».

Ha scontato in modo drammatico la necessità del decoro sociale e la dicotomia tra una fulgida apparenza e gli abissi di una realtà di malattia e infelicità, Diana Spencer, la ‘principessa pop’ sulla cui morte non si conoscerà forse mai la verità. E’ invece un mito senza ombre apparenti, perché riuscirono nell’intento di piacere a tutti, quello dei Fab Four, i favolosi Beatles definiti dal Sunday Times, con scarso understatement, «i migliori compositori dopo Beethoven».

In questo variegato viaggio nella storia e nei ‘luoghi comuni’ e nella fenomenologia di una città affascinante, non poteva mancare il cimitero di Highgate, trasandato, ‘gotico’, in balìa di vegetazione e ruderi, che sembra a Augias «il massimo dell’espressività cimiteriale in Europa». Qui cerca la tomba di Karl Marx e ne ripercorre l’esistenza.
(Cristina Bolzani)

Su Internet
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L’età vittoriana
Il Museo Sherlock Holmes a Baker Street
Sito ufficiale di Oscar Wilde
10 Downing Street
Time Out London
Cimitero di Highgate