Le mie sere con Lacan

La passione di Lacan

Un giorno, verso la fine degli anni Settanta, chiesi a Lacan se la psicanalisi era stata per lui una passione. “Oui”, mi disse, “una grande passione”.
(…)
Che la passione di Lacan abbia attraversato le città e le frontiere non mi meraviglia, se penso a come ne ero stata colpita quando lo conobbi. La prima volta che lo vidi fu proprio a casa mia, a Roma, dove abitavo negli anni Sessanta e Settanta. Venne a cena da me insieme ad amici comuni e da allora non mancai d’incontrarlo ogni volta che veniva in visita a Roma. Posso allora dire di aver conosciuto due Lacan.  L’amico prima, poi l’analista. Ambedue essenzialmente taciturni, tanto che ora, col tempo, mi è difficile distinguere l’uno dall’altro. ma in realtà lo considero mio analista e non amico, anche se ho un ricordo molto vivo dei giorni romani di un’iniziale amicizia che s’instaurò nonostante il carattere ostinato dei suoi silenzi. era capace di invitarvi a pranzo e di non dire una parola per tutta la durata del pasto. Questo beninteso è il Lacan che ho conosciuto io negli anni Settanta, lontano ormai dal mondo surrealista della sua giovinezza, quando le discussioni richiedevano di alzare la voce per difendere le proprie idee.

Oggi mentre scrivo mi sembra che i suoi silenzi dell’età matura fossero un segno della sua intelligenza delle cose e delle persone, perché penso che avessero a che fare anche con il suo modo di situarsi nei confronti dell’altro, come a delimitarne il posto. Lui stava zitto, ma l’altro aveva la scelta di parlare o di stare zitto come lui. Di parlare se aveva veramente qualche cosa da dire. Imparai anche a superare la sorpresa dell’assoluto silenzio. Qualcosa di simile accadeva quando t’incontrava, perché aveva un modo tutto suo, particolare, di piazzarsi davanti a te con qualche attimo di fissità, semmai accompagnato da uno o due sospiri, e di nuovo ti sentivi in uno spazio tuo che lui in qualche modo, con quello sguardo concentrato sulla tua persona, ti aveva procurato. Può sembrare un po’ inquietante, ma in realtà ti faceva sentire “molto esistente”. Mi ricordava Giacometti.

(dall’Introduzione di Paola Caròla, tra le prime allieve di Lacan in Italia)

Monsieur Giacometti

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Dopo la prima edizione francese di Editori Internazionali Riuniti, ecco la versione italiana di un libro-intervista originale su Jacques Lacan uscito a Parigi nel novembre 2011, in occasione del trentennale della morte dello psicanalista (1901-1981).
Sei allievi del grande clinico parigino ce ne restituiscono nelle loro interviste il ritratto.

L’autismo divide la Francia

Intervista a Nicola Purgato

Rimanenze freudiane

L’autismo divide la Francia

La Francia insorge contro il duo Freud-Lacan. Ma questa volta non è il solito pamphlet contro la psicoanalisi, teoria contro teoria. E’ la diagnosi della malattia, di una malattia: l’autismo, e il modo di riconoscerlo, o, sostiene l’accusa, di non riconoscerlo.

Tutto nasce dal documentario di Sophie Robert. Si chiama come una raccolta di racconti di Sartre, Le Mur. SottotitoloLa psychanalyse à l’épreuve de l’autisme. Descrive l’inadeguatezza dell’approccio psicoanalitico all’autismo in Francia, e le discriminazioni subite dai bambini autistici francesi.

Il tutto prende l’odiosa forma di un clamoroso caso di censura dopo che, nel gennaio scorso, il tribunale di Lille ha condannato Sophie Robert a risarcire tre psicoanalisti intervistati nel filmato. Non solo; ha messo al bando l’opera su tutto il territorio francese.

La gestione inefficace dell’autismo in Francia, rispetto a molti altri Paesi europei, è una questione antica. Non a caso quest’anno l’autismo è stato dichiarato dal premier Grande Cause Nationale 2012. La tesi del documentario – che, è importante ricordare, ha il forte sostegno delle famiglie di bambini autistici – è che la psicoanalisi, in particolare quella lacaniana, abbia un’influenza negativa sulla diagnosi e sulla cura, in quanto individua delle cause che non sono quelle neurologiche a base genetica curabili.

In Francia la stampa ne sta parlando molto. La protesta si allarga ad altri malati che insorgono contro la psicoanalisi, come scrive le Nouvel Observateur (qui la traduzione). In Italia ne ha scritto sul Sole 24Ore Gilberto Corbellini nell’articolo L’autismo dei lacaniani. Si è attirato le ire dell’Associazione lacaniana internazionale in Italia, che ha preso male la sua definizione del lacanismo come “una delle sette psicoanalitiche più insidiose”, sostanzialmente riconosciuto il più colpevole della inefficacia verso l’autismo.

Ignorando persino i pronunciamenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, - attacca Corbellini - gli psicoanalisti francesi si ostinano a parlare di una psicosi causata da un’eccessiva freddezza della madre nei confronti del bambino, già in utero e/o dopo la nascita. Con quali prove sostengono questa ridicola tesi? Nessuna. Solo il dogma inventato negli anni Sessanta da discutibili personaggi: si tratti di Lacan, che spiegava l’autismo con il concetto di «madre coccodrillo», invadente e castrante, o di Bettelheim con l’allucinatoria immagine della «fortezza vuota», per definire i bambini autistici, e della «madre frigorifero», per spiegare la malattia riconducendola a un disturbo del rapporto emotivo madre/bambino, all’origine del quale vi sarebbe appunto la «frigidità» materna.

Ma proprio leggendo la risposta dell’Associazione lacaniana si capiscono i termini del conflitto: si fronteggiano, non certo da oggi ma in questo caso con una certa violenza, da una parte la psicoanalisi e dall’altra le psicoterapie cognitivo-comportamentali.

Ciò che invece vorremmo qui problematizzare - si legge infatti nel testo dei lacaniani – è che le varie teorie cognitivo-comportamentali (TCC), della cui oggettività tanto si dice, non sono affatto il portato di esperienze incontrovertibili che si sono imposte da sé e che, in quanto tali, sono pertanto “oggettive” e le sole corrette sul piano etico. Le scienze cognitive e le neuroscienze attuali vogliono infatti spiegare il pensiero sulla base di schemi attinti dal biologico (da cui riprendono la rappresentazione di come gli organismi regolano la loro azione nell’ambiente in cui vivono e con i loro congeneri) cercando di far corrispondere le distinte terapie cognitivo-comportamentali a singoli e specifici circuiti cerebrali. Ma, nel far ciò, dimenticano che i modi di apprendimento di dette architetture funzionali e neuronali implicano di per sé quelle stesse categorie che proprio le architetture in questione sarebbero deputate a fondare! In altri termini, queste scienze non si pongono come problema il fatto di poter cogliere solo quel reale che le loro categorie consentono di riconoscere e che invece tutti gli altri fatti (che pure esistono e, però, non rientrano in quelle) ne restano esclusi! Tra questi fatti, al primo posto, figura il soggetto dell’inconscio, quello che parla persino in uno psicotico che con il suo delirio si sforza di dare alla propria sofferenza una spiegazione che tenga. 

Insomma sentendosi screditati nei loro metodi, i lacaniani attaccano, a loro volta screditando, in una resa dei conti che è solo un altro capitolo di un confronto destinato a essere interminabile. Tra l’altro anche in Italia esiste un dibattito attorno alle possibili terapie dell’autismo; le psicoterapie sono la cura più sostenuta, come dimostrano le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità.  E’ grave che, aldilà dell’interesse di questa diatriba, a farne le spese siano dei bambini in uno stato di sofferenza e discriminazione. Forse sarebbe meglio individuare altre palestre di confronto. E intanto inventarsi una ‘alleanza terapeutica’ tra neurologi, psicoanalisti e psicologi.

Freud reloaded

Il più sottile detrattore di Freud ci è sembrato l’autore della Sorella di Freud, romanzo sì ma basato su un dato inconfutabile: all’arrivo del nazismo Freud si mise in salvo con la famiglia, amici intimi e cane a Londra, ma non portò le sue quattro sorelle, che morirono poi in un lager.  Anche se la denigrazione attacca l’uomo e non lo psicanalista, qualche effetto lo produce nel lettore che vede da sempre nella figura severa dello studioso viennese un caposaldo del pensiero.

Ma la saggistica continua a sfornare libri contro la psicoanalisi. L’ultimo era stato il pamphlet di Michel Onfray, sorta di vibrata decostruzione di Freud.

Ora in The Freud Files gli autori, Mikkel Borch-Jacobsen and Sonu Shamdasan puntano dritto alla delegittimazione della psicoanalisi, sostenendo come ci sia stata una sua auto-legittimazione grazie alla quale viviamo la figura di Freud al pari di quella di Darwin e Copernico. «Dobbiamo affrettarci a studiare la psicoanalisi finché possiamo – scrivono – perché presto non saremo più capaci di capire le sue caratteristiche e per una buona ragione: la psicoanalisi non è mai esistita».

I due autori sostengono che senza la leggenda di Freud «crolla l’identità e la radicale differenza della psicoanalisi da altre forme di psicoterapia».

Il libro ricostruisce le prime controversie attorno alla psicoanalisi e mostra come piuttosto che dimostrare la sua superiorità, Freud e i suoi seguaci hanno riscritto la storia; di come questa costruzione della leggenda non sia un elemento incidentale della teoria psicoanalitica ma proprio il suo nucleo. Il saggio presenta un corpus straordinario di documenti con il quale la psicoanalisi si installò nelle società contemporanee.

In sé la teoria non si discosta molto da altre pubblicazini anti-freudiane e anti-psicoanalitiche del passato. Sarà interessante leggere i documenti pubblicati.

La psicoanalisi è sotto scacco?

Why psychoanalysis never existed