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Martini

Chissà perché uno scrittore così bravo ci regala solo questo breve racconto, peraltro scritto benissimo.  Con Pugni avevamo avuto modo di apprezzare la sua eleganza e quel modo fitzgeraldiano di tratteggiare atmosfere e personaggi. Lo stesso si ritrova in Martini, che prende il nome dall’enigmatico protagonista, uno scrittore di successo al quale Frank, giornalista alle prime armi e voce narrante, fa un’intervista che si rivelerà illuminante per entrambi. Il racconto si sviluppa come il crescendo di un’epifania, di un disvelamento attraverso piccoli dettagli, sfumature, battute che restano sospese tra i due personaggi, oscuramente affini. 

Alla fine, in una sorta di omaggio all’auto-negazione alla Bartleby, e alla fuga come unica via per restare fedeli a se stessi, è molto godibile questa   parodia ironica e ineffabile del cosiddetto ‘scrittore di successo’, tra grandi alberghi, belle donne, drink e quant’altro. Che si chiude come una dissolvenza a nero sulla vanità e sull’enigma.   (Cristina Bolzani)

Pietro Grossi è nato a Firenze nel 1978. Con Pugni, finalista Premio Strega, ha vinto nel 2006 il Premio Cocito Montà d’Alba, il Premio Chiara, il Premio Fiesole e nel 2010 il Premio Campiello Europa. Ha pubblicato con Sellerio L’acchito (2007) e Martini (2010).

Sellerio

L’incipit:

Il grande Martini. La prima volta che lo incontrai era tutto ciò che chiunque avrebbe voluto essere. Era giovane, era bello, era gonfio di successo e il talento gli traboccava talmente da tutte le parti che parevano tre persone insieme. Portava dei pantaloni a sigaretta rossi e gialli e ai piedi degli stivaletti lucidi neri con sopra delle alte ghette bianche. Le portava sempre quelle ghette, erano la sua passione. I tre bottono aperti della camicia e le maniche arrotolate rendevano la sua eleganza particolarmente ribelle, e i capelli scombinati riuscivano appena a mediare tra l’aria da bravo bambino del suo sorriso e quella piega teppista dei suoi occhi azzurri.