Sul banco dei cattivi

«Cari critici, ho diritto a una vera stroncatura», scrisse un giorno Alessandro Baricco, lamentando la fretta con cui Giulio Ferroni lo aveva stroncato. Ora il critico lo ha preso in parola, ed ecco nelle librerie un piccolo pamphlet contro la mirabolante setosità del Nostro e contro altri altri scrittori giudicati à la page.Dunque Ferroni accontenta la baricchiana ansia da recensione, ma poi stronca la ‘setosa’ superficialità dei suoi romanzi e perfino la sua inchiesta a puntate per Repubblica, I Barbari, considerata «la quintessenza del ‘baricchismo’». Insomma non si salva niente. (Neppure quel gioiello di divulgazione musicale che è L’ anima di Hegel e le mucche del Wisconsin. Una riflessione su musica colta e modernità, Garzanti 2000) Altrettanto intransigenti nell’approccio sono Massimo Onofri, contro quello che definisce il «sublime basso» rappresentato dal trio Salvatore Niffoi-Erri De Luca-Isabella Santacroce; Filippo La Porta, che si scaglia contro il Nuovo Giallo Italiano, e a tratti contro il Giallo tout court; e Alfonso Berardinelli, che critica Tiziano Scarpa, suo ex allievo all’università, per il suo esibizionismo. «Non sarà che il pudore è più sorprendente, antisociale e trasgressivo dell’esibizione?».

L’iniziativa è originale; non era mai accaduto prima che dei critici scrivessero libri-pampleth contro autori sgraditi. Certo, uno sguardo critico, seppure univocamente rivolto agli aspetti negativi, aggiunge comunque qualcosa all’interpretazione di un testo. Però l’impressione è quella, stavolta sì, di un po’ di fretta. E poco stile. Nel senso di poca analisi dello stile narrativo. (cb)

Buongiorno pigrizia

Da ormai quattro settimane ho sulla scrivania Bonjour paresse, che mi guarda, nella sua tenuta grigioazzurra, sobria come un’imitazione di Cristo di cent’anni fa. Ma io l’ho presa alla lettera, la signora Corinne Maier, economista, e mi sono disimpegnato. L’azienda mi chiede di recensirla? E io prendo tempo. Mi chiedono a che punto è la lettura? E io tergiverso, rimando, faccio finta di niente.

Sono italiano e quindi sono stanco: me lo dice l’autrice nella prefazione all’edizione nostrana del suo libretto, intriso di luoghi comuni e di banalità come tanti altri, anonimi volumi che affollano inutilmente gli scaffali delle librerie: ‘disimpegnatevi’, vale come parola d’ordine. Solo che in Francia il pamphlet antiaziendalista ha venduto qualche centinaio di migliaia di copie, e allora è un caso editoriale da osservare da vicino, è davvero il caso di leggerlo. Ma, intendiamoci: lo leggo solo perché mi incuriosisce, mica per svolgere il mio lavoro! Questo no!

E allora elenchiamo cosa c’è dentro: un breve capitolo sulla ‘neolingua’ delle aziende. Nulla a che vedere con l’incubo di Orwell: è solo l’inglese stentato e bizzarro delle burocrazie aziendali. Poi, proseguendo con ordine, la Meier ci rivela: la scoperta della suddivisione classista della società capitalistica, perfettamente rispecchiata negli organigrammi aziendali; la fregatura rappresentata dal binomio mobilità/flessibilità degl’impieghi attuali; la vuotezza dei manager e la tipicità da comédie italienne dei ‘colleghi’ (una serie di quadretti in vero piuttosto divertenti); la superficialità di quadri e funzionari, la loro incultura, la loro disperante insensibilità. E ancora: fatue parole di fuoco contro la new economy e la globalizzazione che non potevano certo mancare. Con buona pace dell’antesignano Debord, situazionista, citato a conforto di tanta semplice acqua calda, spacciata per miracolosa. La modesta operetta della Maier – che ha almeno l’enorme pregio di essere breve – si conclude con un inno al disimpegno totale, un invito reiterato a ricorrrere ai più tristi e vieti espedienti per ‘far finta di lavorare’.

Infine ecco il capolavoro d’occasione: un bel decalogo di regole auree alle quali uniformarsi per portare a compimento il lungo e doveroso processo di disimpegno. Le Tavole di Corinne iniziano così: «Il lavoro salariato è la moderna condizione di schiavitù». Sembra Spartaco, Proudhon, Marx, Wu Ming? Oppure sembra un volantino del 1977, un manifesto anarchico degli Anni Venti? Eppure è solo Corinne Maier, economista part-time per l’EDF, il colosso dell’elettricità francese, una donna che ha letto qualche classico, ma non Paolo Villaggio e il suo Fantozzi, inarrivabile metafora della condizone umana, dentro e fuori l’azienda-prigione. Ed è bene ricordare come Fantozzi, al culmine della sua personalissima presa di coscienza dei reali rapporti di forza nella Società (e nell’Azienda) si onorò di fare la triglia nell’acquario del Padrone. (sl)

Biografia
Corinne Maier (1963), economista e saggista, attualmente lavora part-time per la EDF (Electricité de France) e dedica buona parte del tempo libero alla psicoanalisi e alla scrittura. Altri suoi precedenti saggi sono Le Général de Gaulle à la lumière de Jacques Lacan (2001), Casanova ou la loi du désir (2002) e L’Obscène (2004).