Sei tu mia madre?

Lo stile è quello che avevamo aprezzato in Fun home, biografia del padre suicida. Ora Alison Bechdel ci intrattiene con lo stesso tratto ironico nel racconto della madre, questa volta intrecciando alle sua vita le teorie di Donald Winnicott e stralci di Virginia Woolf (ma ci sono anche Adrienne Rich, Alice Miller…) Così tra citazioni telefonate e scene più significative della sua vita la grapic novel ricompone il profilo di una madre difficile, non sempre sufficientemente buona, mai del tutto in armonia con l’accettazione della figlia omosessuale, grande lettrice e amante della musica, attrice dilettante. E infelice moglie di un uomo con dichiaratamente gay, e frustrata nelle sue aspitazioni intellettuali dalla presenza di Alison, che già a sette anni ha dovuto fare a meno del bacio della buonanotte.

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Mettendo su uno stesso piano narrativo tempi diversi delle vite di Alison e della madre, raccontando il loro rapporto nel fluire delle loro esperienze, la graphic novel rende in modo visivamente piacevole e efficace la riflessione psicoanalitica che attraversa la storia. Dentro c’è anche la vita sentimentale di Alison, la nascita del suo libro sul padre – con tanto di stizzita reazione materna – le sue seduta psicoanalitiche, i suoi sogni, che aprono ogni capitolo. Profondo e comico, è una versione di autofiction dall’intelligente leggerezza.

Are you my mother? – The Guardian

Are you my mother? Top 10 Everything of 2012 – Time

Creating Fun Home – YouTube

Alison Bechdel

Tongzhi: gay o compagno?

Se ne era parlato a proposito del romanzo Beijing Story, storia di un amore omosessuale scritta da un anonimo che si firma Tongzhi, parola che sta per ‘compagno’ comunista, ma che negli ultimi anni ha preso il significato gergale di ‘gay’. L’ironia di scegliere quella parola per coprire l’anonimato è chiara:  per il regime cinese non c’è ‘compagno’ meno degno di un gay. Oggi questa certificazione di indegnità arriva dall’esclusione della parola dal dizionario cinese, come spiega Bbc in questo articolo.

 L’edizione di uno dei dizionari più autorevoli della Cina è già stata criticata da attivisti per i diritti. La parola Tongzhi è stata amata dei comunisti per decenni. Uno dei compilatori ha detto che non vuole attirare l’attenzione sul suo significato più colloquiale. Una ragione della censura è per così dire storica. Infatti l’uso di Tongzhi come omosessuale nasce a Taiwan e nella ex colonia Hong Kong con il chiaro intento di ridicolizzare i comunisti.

Secondo Ding Xueliang, un professore di scienze sociali da Hong Kong University of Science and Technology, questo atteggiamento non è sorprendente. “L’uso del Tongzhi per descrivere l’omosessualità è nato a Hong Kong e Taiwan per prendere in giro la terminologia comunista cinese, perché i leader cinesi si chiamavano tra loro ‘compagno’  – per esempio, ‘Hu Jintao Tongzhi’ o ‘Wen Jiabao Tongzhi ‘ “, ha detto.

Certo è che dopo decenni questa ragione pure comprensibile nasconde una primitiva volontà di censura. Viene il sospetto che si cancelli la parola per ‘cancellare’ una realtà scomoda per il regime. Nonostante i lenti progressi nell’accettazione sociale, gli omosessuali cinesi sono ancora lontani dall’acquisizione dei diritti civili. Bandire una parola dal dizionario è bandire l’esistenza, reale e simbolica di una condizione. I cinesi, maestri nella catalogazione della infinita varietà dei Nomi, non possono non saperlo.

La parola standard per “omosessuale” in cinese è tongxinglian, che si traduce letteralmente come “legame omosessuale”. Ma per molti cinesi gay è una parola troppo fredda. Tongzhi significa letteralmente stessa volontà.

 La parola “gay” eliminata dalla nuova edizione del vocabolario – Il Fatto Quotidiano

Intervista a Paola Concia

La vita di Paola Concia scorre veloce in questo libro, e inanella fasi e consapevolezze, fatti e riflessioni, dalla scoperta adolescente del desiderio per le donne, al matrimonio eterosessuale, alla definitiva ‘resa’ al proprio destino amoroso. Senza troppo orgoglio – si sa, il sentimento più sbandierato dal mondo gay – ma  suscitando una realistica empatia. La sua vita è segnata dall’impegno civile,  dalle battaglie per i diritti dei gay, e dalla   determinazione – spesso non premiata – degna di una tennista di razza. Il tutto ambientato in un Paese (ancora) piuttosto contorto e immobile. Ecco perché la sua storia è utile.

 Intervista a Paola Concia (di Cristina Bolzani) 

Il racconto della sua vita è vibrante e grintoso, in linea del resto con il suo approccio  politico e pubblico di questi anni. Ma scegliere di raccontare-rivelare in prima persona la propria storia, e in parte quella delle persone a noi vicine, è sempre impegnativo. Che cosa ha motivato questa scelta?

Volevo fare un libro che aiutasse i più giovani ad essere se stessi. Ogni giorno ricevo decine di lettere di giovani omosessuali che mi scrivono di quanto sia difficile essere un adolescente gay, lesbica o transessuale in questo paese. Volevo fare qualcosa per aiutarli raccontando il mio percorso di vita e nel frattempo tracciando la storia di quarant’anni di diritti negati in Italia. Per un adolescente è molto importante potersi identificare in una figura positiva e anche sapere di non essere solo, o sola,  contro il mondo. Qualcuno ha detto che é un libro sulla libertà di essere se stesse, cosa non facile in Italia per una donna.

Un anno fa si è sposata con la sua compagna. Com’è accolto adesso il suo nuovo status dal mondo politico? Da quello che ha scritto sul suo matrimonio, si direbbe che i membri del suo Partito non siano stati tanto friendly….

Non è vero, ho sentito l’affetto di tanti colleghi, ovviamente di quelli con cui ho maggiore rapporto. Ma la questione del matrimonio gay in Italia va oltre me e la mia storia personale; chi è contrario lo deve spiegare ai milioni di cittadini omosessuali italiani che vogliono sposarsi. E quando provano a spiegarne le contrarietà, usano argomenti fuori dal tempo e dalla storia.

Centrodestra  e centrosinistra sui diritti (non a caso finora “negati”) non  hanno una base condivisa, menre magari su altri fronti disgraziatamente convergono. Per esempio lei scrive che anche nella sua parte politica ci sono forme di omofobia e machismo. Pensa che la politica sia in grado di cambiare questo stato di cose o non si tratta piuttosto di un problema culturale profondo, da affrontare con diverse strategie?

In tutti i paesi europei, tranne il nostro, questi temi sono ormai terreno d’incontro per la destra e la sinistra. Sono questioni che uniscono le diverse forze politiche anziché dividerle, perché attengono al grado di civiltà dell’intero paese.  Basta guardare il dibattito in corso in Inghilterra e in Germania sulla piena uguaglianza dei cittadini omosessuali: sembra assurdo visto da qui, ma in quei paesi é portato avanti dai conservatori. Da noi sono convinta che sul fronte culturale molto sia già stato fatto in questi anni; la dimostrazione è che la società civile italiana è molto più aperta della classe politica che la governa. Il nostro problema è che siamo carenti sul piano legislativo, anzi direi proprio che abbiamo sulle spalle un ritardo inaccettabile se confrontato con i nostri paesi fratelli europei. Senza le leggi, anche sul piano culturale e sociale, tutto accade più lentamente e con maggiore fatica. I diritti degli omosessuali riguardano tutti i cittadini italiani e tutte le forze politiche; sono una priorità dell’intero paese e non una questione che interessa soltanto una parte della società italiana. C’è una generazione politica che nel nostro paese non riesce a fare passi avanti, su questa questione come su altre. E’ un dato di realtà.

A proposito di strategie, a febbraio del 2011 le donne andavano in piazza con il movimento Se non ora quando. Cosa ha ottenuto?  E’ rimasto qualcosa di quel movimento?

Io sono sempre felice quando le donne si uniscono e scendono in piazza. Anzi ritengo che in questi anni l’avremmo dovuto fare più spesso. Ciò che non mi convince del tutto di quel movimento è l’utilizzo di alcuni toni un po’ moralistici nel descrivere le donne italiane. Detto questo, viviamo in un paese che è pensato integralmente per uomini eterosessuali, possibilmente di mezza età. Ed una società che è concentrata solamente sul cinquanta per cento della sua popolazione è una società miope che rinuncia a metà delle sue energie migliori e del suo potenziale.

In Italia – scrive – mancano tre leggi : contro l’omofobia, sulle unioni civili, sull’omogenitorialità.  Quale formula di unione ritiene più realistica in Italia? Quella per esempio adottata da voi  in Germania? Il Italia il matrimonio omosessuale è una chimera?

Io continuo a lavorare per il matrimonio omosessuale che ritengo l’obbiettivo di giustizia più alto e dignitoso per un paese che aspira ad essere una nazione leader in Europa.  Per questo mi auguro che nel prossimo parlamento ci sia una maggioranza trasversale utile ad approvarlo. Se non dovesse essere così, ritengo che sul piano delle unioni civili il modello tedesco proposto da Bersani sia il migliore, perché assicura quasi completamente l’equiparazione giuridica fra i diritti delle coppie eterosessuali ed omosessuali. Senza poi dimenticare la legge contro l’omofobia e la transfobia e la legge sull’omogenitorialità che, mi sembra implicito, devono far parte di un pacchetto unico e complessivo sui diritti delle persone LGBT.

Secondo lei perché da noi è così difficile accettare che anche gli omosessuali possano amarsi, essere felici e avere un progetto di vita?

Bisognerebbe chiederlo ai miei colleghi che si ostinano a portare avanti posizioni medievali che si addicono più alla Russia di Putin che ad una grande democrazia come l’Italia. Io credo che il problema non siano solamente le radici cattoliche del nostro paese, quanto la mancata elaborazione culturale della politica su questi temi. Sopratutto sul fronte della sinistra italiana. Per molto tempo mettere i diritti civili sullo stesso piano dei diritti sociali, era considerata un’eresia indicibile. Oggi grazie al cielo non è più così, del resto abbiamo fatto il Pd anche per questo.

”Adesso che ho vinto uno slam, – scrive a un certo punto Andre Agassi nelle sue memorie -  so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”. Da tennista – e da politica che ha dovuto accettare molte delusioni -  lei cosa ne pensa?

Mi piacerebbe che la politica assomigliasse maggiormente allo sport, dove si vince perché si è più bravi e l’avversario non diventa mai un nemico da abbatere con armi improprie. Purtroppo non è così. Anch’io ritengo che le sconfitte siano importanti quanto le vittorie perché ti fanno crescere, ti arricchiscono;  il mio libro parla proprio di questo. Ad ogni modo una cosa è certa: sono una a cui piace vincere, nella vita così come nella politica. Ma vincere lealmente.

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Io decido di fare un bagno a mare al buio. Un classico, dei miei anni e di quegli anni. Mi spoglio, resto nuda e mi sento libera. Gli amici continuano a suonare e cantare, non mi dicono niente, quasi non mi vedessero. Mi tuffo in acqua. Sola. Faccio qualche bracciata, poi il nero diventa sempre più nero: è scuro il cielo, è scuro il mare, e io mi sento inquieta in quell’acqua color pece. Ho voluto attirare l’attenzione di Giulia, ma ora ho paura del mare che scompare nel buio della notte. Torno indietro. Faccio qualche passo sulla sabbia. Nuda e intirrizzita. Ma a qualche metro dalla riva c’è Giulia con un asciugamano. Mi avvolge nella spugna e mi abbraccia. Ci baciamo appassionatamente. Proprio così. Appassionatamente. Non vorrei sembrare sdolcinata, ma non è che ci siano tanti altri modi per raccontare un bacio quando rimescola sentimenti, sensi e piacere. Succede tra uomo e donna, e la stessa identica cosa accade anche tra donna e donna.

(tratto da La vera storia dei miei capelli bianchi, Mondadori)

Alexis

E’ il personaggio che segna l’esordio di Marguerite Yourcenar nella letteratura, a ventiquattro anni. Alexis, antieroe destinato a una “lotta vana”, si racconta in prima persona, come farà l’imperatore Adriano nelle Memorie. Il viaggio introspettivo di Alexis si svolge nello spazio intimo di una lunga lettera alla moglie, per raccontarle il suo distacco da lei, la fine del loro matrimonio: per rivelarle la propria battaglia inutile contro  l’inclinazione omosessuale.  E’ sensibile Alexis, ma determinato, capace di uno sguardo intenso dentro se stesso, a contatto con un’identità che si riconosce sempre più aderente al proprio desiderio inconfessato. Il suo è un coming out  letterario privo di proud, sospinto dal bisogno urgente di verità e libertà dalle costrizioni sociali, se mai un poco ipocrita nella fervente idealizzazione della moglie, Monique, per rendere più facile il distacco.

E’ un romanzo influenzato – ammette Yourcenar – dall’opera “grave e patetica” di Rilke, ma anche molto da Gide; il sottotitolo evoca il Trattato del desidero vano, sua opera giovanile. Il nome del protagonista rimanda alla seconda egloga di Virgilio, Alexis.  Yourcenar introduce così il romanzo, nel 1963, quando ne scrive la prefazione per una nuova edizione, stupendosi che “il testo abbia conservato una specie di attualità”:

Alexis o il trattato della lotta vana apparve nel 1929: è contemporaneo di un certo momento della letteratura e del costume in cui un argomento sino ad allora colpito da interdetto trovava per la prima volta da secoli la piena espressione scritta. (…)
Come ogni racconto scritto in prima persona, Alexis è il ritratto di una voce. Occorreva lasciare a questa voce il suo proprio registro (…)
Alla rilettura tanti anni dopo il personaggio non è sempre convincente negli argomenti, riconosceva la scrittrice – che  ha avuto la tentazione di scrivere anche un romanzo in cui la moglie risponde ad Alexis – che restano ai suoi occhi efficaci per caratterizzarlo.

Lei conclude così la Prefazione: “Certi soggetti sono nell’aria del tempo; e sono anche nella trama di una vita”. Se pensiamo che l’omosessualità maschile affascinava Yourcenar al punto da metterla al centro di quasi tutti i suoi libri, possiamo essere d’accordo con la sua biografa Yosyane Savigneau che sostiene come essa sia stata davvero “nella trama” della sua vita – “particolarmente negli anni che seguiranno la pubblicazione di Alexis e la morte del padre, i suoi anni di nomade conquistatrice, in cui, più che in ogni altro periodo della sua esistenza, ritroverà il vagabondaggio di Michel de Crayencour” – e non perché voleva dissimulare il suo amore per le donne o perché sognava d’esser uomo (“di questo gli uomini non si convinceranno mai, ma pazienza”).

Incipit

Questa lettera, amica mia, sarà lunghissima. Non mi piace troppo scrivere. Ho letto più volte che le parole tradiscono il pensiero, ma mi pare che le parole scritte lo tradiscano ancor di piú. Sapete quel che resta di un originale dopo due traduzioni successive. E poi, io non sono capace. Scrivere è una perpetua scelta tra mille espressioni, nessuna delle quali mi soddisfa, nessuna delle quali, soprattutto, mi soddisfa senza le altre. Eppure dovrei sapere che solo la musica consente il concatenarsi degli accordi. Una lettera, anche la piú lunga, costringe a semplificare quel che non avrebbe dovuto essere semplificato: si è sempre cosí poco chiari quando si tenta di essere completi! Qui vorrei fare uno sforzo non solo di sincerità, ma anche di esattezza; queste pagine conterranno molte cancellature; ne contengono già. Quel che vi domando (la sola cosa che posso ancora domandarvi) è di non saltare nessuna di queste righe che mi saranno costate tanto. Se vivere è difficile, è molto più disagevole spiegar la propria vita. (M. Yourcenar, Opere, Bompiani)