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La grazia del riccio, Muriel Barbery a Mantova

“Zoff illumina il Festival “mundial” titola La voce di Mantova, “Festival:invito alla solidarietà” è l’apertura de La Gazzetta di Mantova, facendo riferimento agli interventi di Amitav Ghosh ed Erri De Luca sulle migrazioni e sull’invito all’accoglienza della Bibbia.
I due giornali cittadini inquadrano due dei tanti posibili punti di vista del festivaletteratura. Quello che mi ricorda il Festival, per chi lo deve seguire e raccontare, sono i Giochi Olimpici.
La stessa difficoltà di seguire più eventi che si svolgono in contemporanea e di dare gerarchie. Poiché si può seguire un solo evento per volta, bisogna sceglierlo a priori, e si è costretti a ignorare il resto, leggendo le agenzie, le interviste degli altri, le sintesi degli interventi. Continue Reading →

Leggere è un vizio stupendo

Muriel Barbery è laconica almeno quanto la malmostosa protagonista Renée del suo romanzo. Davanti al pubblico del Festivaletteratura la sua intervistatrice, Caterina Soffici, comincia col dire che Muriel – elegante magrezza da etoile -  detesta ogni ripresa video (anche quelle dai telefonini), dunque via le troupe televisive; ma oltretutto non ama parlare di sè, e qui diventa complicato farla uscire dalla sua ritrosia.

L’idea di scrivere L’eleganza del riccio nasce, racconta la Barbery, dall’intenzione di raccontare di un portinaia che uscisse dagli stereotipi. Di sicuro anche lei vuole uscire dai cliché. Ha scelto di vivere in Giappone perché lo trova esteticamente appagante; il marito sociologo le fa un po’ da editor – a lui dobbiamo la maggiore importanza della ragazzina Paloma nel romanzo, che altrimenti sarebbe stata relegata a un ruolo minore; e pur avendo insegnato filosofia dice che non nasce da lì la sua ispirazione, ma piuttosto dalla letteratura. Eppure di filosofia ce n’è nel suo romanzo, si cita Husserl, Marx, Buddha, Nietszsche… Lei parla poco ma del resto certe domande non aiutano: a chi continua a chiederle qual è il segreto di un best seller, risponde: “Non lo so”.

Se la nascita di un best seller è rara, lo è anche la capacità di parlare di libri senza cadere nella pedanteria o nei giudizi braditi come verità assolute.  Daniel Mendelsohn, newyorchese laureato in Lettere classiche,  scrive di letteratura e cinema con un rigore notevole: prima i fatti, cioè la struttura dell’opera, le intentenzioni dell’autore, la coerenza, la chiarezza espressiva. Poi, il suo giudizio, comunque severo e netto. I suoi articoli sono sofisticati e argomentati in modo convincente, attraversano la cultura pop e ‘alta’ con la stessa passione. In una lunga intervista mi parla del saggio uscito da poco in Italia, Bellezza e fragilità (Neri Pozza). C’è un po’ di tutto, dalla Maria Antonietta glamour ma secondo il critico troppo adolescente della pur apprezzata per altri versi Sophie Coppola – “essere così sventati da voler realizzare un film su Maria Antonietta che ignori il suo ruolo nella storia appare sorprendentemente ingenuo, sul piano intellettuale; è come voler realizzare un film su cosa significhi essere un artista in condizioni di indigenza e scegliere come protagonista il guiovane Adolf Hitler” – alla Virginia Woolf filtrata dal romanzo “Le ore” di Michael Cunningham, alla bravura di Meryl Streep nel film omonimo, opera che però non riesce a restare immune da una certa visione convenzionare nel rappresentare le figure femminili.

Da film ‘epici’, francamente brutti ma sociologicamente interessanti come Troy e Alexander, a un grande Philip Roth, che ormai secondo Mendelsohn è in una fase elegiaca e materialista poco convincente rispetto ai suoi romanzi prima di “Pastorale americana”;  all’ambizioso e discusso Jonathan Littell autore di “Le Benevole” (Einaudi), il cui tentativo di entrare nella mente di un carnefice nazista, il protagonista Maximilian Aue – matricida omosessuale che coltiva una relazione incestuosa – portando all’estremo la sua aberrazione, è giustificato dall’intento, riuscito, di raccontare “la banalità del male”. Il male è “banalisé” perché nelle pagine si alternano orrore e quotidiano, esattamente come nei loro discorsi gli ufficiali alternano le politiche di sterminio a commenti su un piatto di anatra arrosto con le patate.

Le parole forse più severe sono per Quentin Tarantino, per quel suo cinema virtuosistico, tipo Kill Bill, che al critico non piace, anzi preoccupa, per la sua mancanza di originalità sui gradi temi che tratta e di risonanza emotiva. “Il risultato è che la violenza, per quanto messa in scena con grande arte, non viene mai percepita come rivelatrice – non dà mai l’impressione di rappresentare il culmine di un processo morale o emotivo, che è poi esattamente il ruolo che la violenza dovrebbe avere in un’opera d’arte seria”.

I nuovi Dickens, per Mendelsohn sono gli autori di telefilm come I Soprano e Six feet under.

Alla fine della terza giornata mantovana, nell’intervista Vittorio Sermonti parla della lettura come di una mania, un piacere, un vizio. Che lui imparò da bambino, con Salgari “pusher della mia bibliodipendenza”, continuò recitando i drammi shakespeariani chiuso nella sua stanza, poi con Tolstoj quando dodicenne, in tempo di guerra si finse malato pur di leggere indisturbato Guerra e Pace; e che coltiva leggendo peraltro tutto quello che gli capita, anche le scritte sui muri, le istruzioni in caso di incendio negli alberghi o le note bancarie, affascinato dalla loro compattezza stilistica. Leggendo anche i brutti libri (che non lascia mai a metà). Nel suo nuovo libro, Il vizio di leggere (Rizzoli), ci sono autori importanti e altri marginali, molta poesia femminile, definizioni fulminanti, testi burocratrici. C’è divertimento.
Cristina Bolzani