Passeggiando per Villa Adriana a Tivoli può capitare di vedere turisti che si aggirano con il più celebre romanzo di Marguerite Yourcenar sotto il braccio. A quel libro, Memorie di Adriano, e alla scrittrice franco belga è dedicata una mostra allestita nel museo della villa imperiale. L’esposizione, aperta al pubblico fino a novembre, ripercorre le tappe più significative della vita della Yourcenar, attraverso fotografie, appunti di viaggio, lettere, interviste; e racconta la genesi del capolavoro che l’ha resa celebre. Silvia Rita ha visitato la mostra, commentandola con la scrittrice Sandra Petrignani.
In occasione della mostra di Marguerite Yourcenar a Villa Adriana segnalo un libro, di Sandra Petrignani, che parla della sua casa, insieme a quelle di altre grandi scrittrici.
Il viaggio comincia a Boston. Da Boston, in macchina, si prende l’autostrada numero 95 fino a Bangor e poi la 1A verso la costa. L’isola di Mount Desert è collegata alla terraferma con un ponte fino alla metà degli anni Cinquanta.
Era il 20 settembre del 1997. Esattamente dieci anni prima Marguerite Yourcenar era ancora viva. Aveva compiuto ottantaquattro anni l’8 giugno, essendo nata nel 1903 a Bruxelles, e progettava un viaggio in Nepal. Prevedeva di partire l’11 novembre verso l’Europa e da lì sarebbe ripartita per l’India il 22 dicembre. Voleva «veder fiorire i fiori di gennaio» in Nepal. Il 14 ottobre era a Harvard per una conferenza su Borges che andò «meravigliosamente bene», malgrado i dolori alla schiena e un persistente mal di testa. Aveva incontrato Borges nel 1986 a Ginevra, pochi giorni prima che morisse. Gli aveva scherzosamente chiesto quando sarebbe uscito dal «labirinto» e lui aveva risposto «quando ne saranno usciti tutti gli altri». C’era una frase di Borges che la ossessionava: «Uno scrittore crede di parlare di molte cose, ma quel che lascia, se ha fortuna, è un’immagine di sé». Marguerite Yourcenar si preoccupava parecchio della sua immagine. Mise molte energie, molta violenza anche, nell’imporre l’immagine di sé che voleva dare agli altri. Non era ciò che intendeva Borges probabilmente. «Avrei tanto voluto che commentasse per me quella sua frase che mi ossessiona», riflette dopo il loro incontro a Ginevra, e si rammarica di non averlo fatto. Ma Marguerite non voleva mai essere contraddetta. (…)
il libro che rileggeva più spesso era l’Autobiografia di Gandhi. Della religione e dell’ateismo disse in un’intervista del 1980: «E’ sempre pericoloso detenere in esclusiva una verità o un Dio o un’assenza di Dio» e, come gli eretici medievali, chiamava le tre grandi religioni «le tre Imposture». Per questo amava il buddhismo, che è una filosofia, uno stile di vita: «E’ la sola religione che si sia costruita una psicologia veramente profonda. Con il senso dell’essere e il senso del contrario dell’essere; il senso del passaggio, il senso del male nell’universo, il dolore, il senso delle particelle che compongono la personalità umana. Il che va molto lontano senza dipendere da un dogma». Già in una lettera del 1969, che avevo trovato in biblioteca, aveva raggiunto un’importante verità: «Che si sia felici o no non ha in fondo importanza ed è l’immensa vittoria del buddhismo l’aver sentito che la stessa liberazione non ne ha e che il non avere importanza è forse la sua segreta condizione per essere». Ma anche con la Verità Marguerite Yourcenar intratteneva un rapporto di potere, funzionale al momento che stava vivendo, all’ondeggiante furia dei sentimenti che la squassavano dietro il preteso distacco.
Oltre a Fuochi, aveva scritto per lui (l’amato André, ndr), nell’appassionata giovinezza, il suo libro più bello: Il colpo di grazia, che piace anche ai suoi detrattori. «Come sarebbe stato scialbo essere felici», aveva scritto in Fuochi. E quando nel 1939 decise di seguire Grace in America era sicura che non sarebbe stata felice mai più, almeno non secondo il piano di felicità sognato accanto ad André. Quella partenza è uno strappo, una fuga. Abbandona un continente che si sta gettando nella guerra, abbandona le sue radici, la sua lingua, la sua libertà per consegnarsi alla prigione di una donna che l’adora e la protegge. Abbandona anche, per distrazione, il manoscritto di Adriano chiuso in un baule lasciato in albergo, che le verrà restituito solo una diecina di anni dopo. Segue, in fondo, un’indicazione del padre che amava cambiare città, paesi, amanti dicendo: «Che ce ne importa, non siamo di qui, domani andiamo via». Lei non era da meno se un giorno avrebbe spiegato a Galey: «Così sono rimasta negli Stati Uniti. Bisogna pur stare da qualche parte…» (pgg. 57-58 , 66 e 72-73).
A Villa Adrianac’è una mostra interamente dedicata a Marguerite Yourcenar (1903-1987), colei che più di tutti ha contribuito a rendere famosa nel mondo la residenza dell’imperatore Adriano a Tivoli con il suo capolavoro Memorie di Adriano. Dal 28 marzo al 3 novembre, la mostra Marguerite Yourcenar. Adriano, l’antichità immaginataripercorre l’iter creativo del romanzo e mette a fuoco il profondo lavoro di studio della scrittrice sull’antichità classica, esponendo nelle sale dell’Antiquarium carteggi, fotografie d’epoca, sculture e incisioni.
La mostra è accompagnata da un volume di saggi illustrati edito da Electa, che riunisce numerosi contributi di studiosi – molti membri della Société Internationale d’Études Yourcenariennes – che approfondiscono i temi affrontati in mostra. Il libro comprende un’antologia illustrata delle Memorie con commenti di carattere storico, archeologico, artistico, letterario, filosofico, antiquario per la ricostruzione della visione che la scrittrice aveva di Adriano e della sua epoca, senza tralasciare le ripercussioni che gli eventi del Novecento ebbero su tale idea della grecità e della romanità.
La passione per Adriano scaturisce in lei quando a undici anni ne ammira il busto al British Museum. Si rafforza visitando Villa Adriana, nel 1924, con il padre. Finalmente, nel1949, la Yourcenar concepisce l’idea di un romanzo dedicato al suo mito, ispirato alle rovine di Villa Adriana che sarà spesso visitata nel tempo.
“Avevo preso l’abitudine di scrivere ogni notte quasi automaticamente il risultato di queste lunghe visioni provocate, durante le quali mi inserivo nell’intimità di un altro tempo”. In mostra a Villa Adriana c’è anche anche l’abatjour su cui la scrittrice incollò l’inizio della poesia che chiude il suo romanzo: “Animula vagula blandula…”. L’apostrofe dell’imperatore alla sua anima. “Piccola anima smarrita e soave, / Compagna e ospite del corpo, / ora t’appresti a ascendere in luoghi / incolori, ardui e spogli, / ove non avrai più gli svaghi consueti. / Un istante ancora / Guardiamo insieme le rive familiari, / le cose che certamente non rivedremo mai più… Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti”.
Forse senza l’incontro con Antinoo Adriano sarebbe stato un imperatore come tanti altri. Non avrebbe conosciuto la perdita incolmabile attraverso il suicidio del suo giovane amante. Così raccontata da Yourcenar/Adriano: “Pochi giorni prima di partire da Antiochia, mi recai, come in altri tempi, a sacrificare in vetta al monte Cassio. L’ascensione fu fatta di notte. (…) Un temporale, previsto da tempo da Ermogene, che si intende di meteorologia, si scatenò a un centinaio di passi dalla cima. (…) L’esigua compagnia si affrettò attorno all’altare disposto per il sacrificio. Questo stava per compiersi allorchè un fulmine, balenando su di noi, uccise d’un colpo solo il vittimario e la vittima. (…) Antinoo, aggrappato al mio braccio, non tremava già di terrore come credetti allora, ma percorso da un’idea che compresi più tardi. (…) La folgore del monte Cassio gl’indicava una soluzione: la morte poteva diventare una forma estrema di devozione, l’ultimo dono, il solo che sarebbe rimasto”. Yourcenar comincia a descrivere il prediletto di Adriano – “una bellezza così evidente” – mentre si trova davanti a un’enorme cascata, e lo immagina come “il ragazzo- acqua, il ragazzo-lago, il ragazzo-torrente, il ragazzo-onda…”. Una mostra ora ce ne fa conoscere le sue molte rappresentazioni e la storia.
Oltre 50 opere tra sculture, rilievi, gemme e monete per ricostruire e raccontare la figura di Antinoo, il giovane favorito dell’imperatore Adriano. Lo fa una mostra,Antinoo, il fascino della bellezza, che cerca di fare luce sul rapporto che legò Adriano al bellissimo giovane che l’imperatore conobbe in Bitinia, presumibilmente intorno al 123 d.C., e che portò con sé nella grande villa su via Tiburtina, a Tivoli. Antinoo restò sempre al fianco di Adriano e lo seguì anche nei viaggi ufficiali, come quello intrapreso nel 128 che si concluse tragicamente con la morte del giovane annegato nel Nilo nel 130 d.C.
La mostra ricollega il giovane di Bitinia a Villa Adriana, con una sezione specifica che si incentra sulle recenti scoperte dell’Antinoeion, la tomba-tempio che Adriano volle costruire nella Villa, dopo la morte di Antinoo, per onorarne il ricordo.
Inoltre, l’imperatore aveva ‘deificato’ il suo favorito, rappresentandolo spesso nei panni di Osiride, la più alta divinità egizia che, secondo il mito, rinasce dalle acque del Nilo (dove Antinoo era annegato), simbolo di fertilità. C’è anche il magnifico ritratto di Antinoo-Osiride in quarzite rossa, custodito nella Staatliche Kunstammlungen di Dresda.
Una sezione della rassegna sarà dedicata anche alla fortuna del giovane favorito di Adriano attraverso i secoli. Senza dimenticare il forte impulso dato nel ’900 alla fama di Antinoo da Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano.