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Ed è subito icona

Pantagruelici come sono nel loro appetito per le immagini e velocissimi nel ‘ritwittarle’ il più diffusamente possibile, in compenso però i mezzi di informazione aprono pochi spazi critici sulla fotografia. Anche quando, come nel caso dell’ultimo World Press Photo, la cronaca  lo giustificherebbe. Risulta invece più facile dare qualche didascalica informazione e via con la slideshow. Anche per questo motivo rilanciamo volentieri un’interessante discussione attorno ai vincitori del Wpp, sviluppata sul blog Fotocrazia di Michele Smargiassi.

La foto vincitrice, di indiscusso valore, è nata già come ‘icona’ facile da leggere e divulgare attraverso l’analogia con la Pietà di Michelangelo; il cappuccio è una metafora. (Peraltro, una tendenza spiccia a cercare metafore e a ‘iconizzare’ eventi si ritrova in modo diffuso; ricordiamo che la nave inabissata al largo dell’isola del Giglio è diventata in qualche editoriale ‘simbolo’ dell’Italia in crisi, il suo comandante emblema dell’italiano medio. La fretta mass-mediatica di assorbire in chiave simbolica e paradigmatica a tratti compensa in modo immaginifico la mancanza di chiarezza sulla dinamica dei fatti ).

Scrive Smargiassi: Le icone, soprattutto quelle fabbricate per esserlo, sono il contrario della Storia, sono la sua negazione. La storia disturba perché è contraddittoria e le icone devono “dire” un’idea universale, tonda, levigata e senza sbucciature.

In una tendenza consolidata per cui sono di moda icone, metafore e il dolore assoluto, si creano, e si premiano, immagini chiuse in se stesse, senza crepe che permettano di ripensarne il senso; sature di emozione ma povere di altre domande: domande razionali, - scrive Smargiassi – etiche, politiche che ogni buona foto, che ogni vera foto giornalistica dovrebbe suscitare: cosa è successo davvero, cosa devo sapere in più, sul mondo, sullo Yemen, sulle primavere arabe, per capire davvero questo dolore e non limitarmi a gustarlo esteticamente come fosse un dipinto rinascimentale?

E poi conclude che questa ormai è l’estetica, o forse l’atletica, dei premi fotografici: la saturazione formale che sovrasta il senso.

Del dibattito che segue estrapoliamo l’intervento di Luca, fotografo.

Luca:
Provo a far partire la mia riflessione proprio dalla foto di Aranda e dalla mia piccola esperienza. Ho sempre pensato, come fotografo, che nel momento in cui decido di raccontare attraverso le mie immagini una determinata storia, io ho una responsabilità. Una responsabilità verso chi fotografo, verso me stesso e l’etica che decido di dare al mio lavoro, e verso chi “leggerà” le mie immagini, etc. Ma sono anche consapevole che come fotogiornalista, nel contribuire quindi a produrre informazione, la responsabilità non è totalmente mia. C’è un mercato tra me e l’osservatore, che ahimè di responsabilità ne ha fin troppa benché non lo ammetta pubblicamente e fa poche volte autocritica o non prova a rinnovare se stesso. C’è infine l’osservatore, il fruitore. E anche lui (tutti noi) abbiamo una parte di responsabilità. Quest’ultimo concetto però mi sentirei poi di “trasportarlo” anche ad altre questioni, forse più importanti della fotografia. Provo sempre ad osservare le immagini chiedendomi quanto esse possano portare a farmi altre domande, quanto contribuiscano alla mia voglia e curiosità di saperne di più sul tema della foto in particolare o anche su altro. Mi chiedo se effettivamente contribuiscano alla mia crescita come essere umano, come osservatore,e poi come fotografo, insomma se mi fanno riflettere in modo costruttivo e dinamico su ciò che mi circonda(e non su come si può fare a produrre una bella foto che vinca concorsi). Purtroppo è sempre più raro che questo avvenga.

Ho l’impressione che l’autocelebrazione del fotografo sia sempre più importante (per il fotografo, per il mercato…sono molto convinto se per l’osservatore)e l’utilizzo funzionale di certe icone, simboli, stili fotografici già premiati o in voga in un certo periodo storico, hanno creato un fotogiornalismo che ormai sembra essere solo copiare se stesso (Lo stile Gilles Peress è uno dei più copiati a credo).

Non posso sapere come e perché Aranda abbia scattato questa foto e forse poco importa. Bisognerebbe, come è già stato detto, riflettere su come vengono scelti i premi, certamente. Ma ritengo più interessante riflettere su come questa foto rappresenti o sia specchio di ciò che sta diventando il fotogiornalismo. Un linguaggio che utilizza molto l’estetica(icone+iper-post produzione)..linguaggio utilizzato da fotografi che a mio parere ricercano molto, passatemi il termine, “l’immortalità artistica..o giornalistica”.
Un giurato del WPP si è mostrato a sua volta perplesso sulla piega che sta prendendo il fotogiornalismo sottolineando come ogni anno il 90% delle foto presentate “raccontano” il 10% del mondo. E non parlava delle vincitrici, ma proprio di tutti i lavori inviati. Inoltre, relativamente ai concorsi, ho notato nel processo di selezione sopracitato(ma forse è un problema comune), una quasi totale impossibilità da parte dei giurati a giudicare le foto senza essere condizionati dal servizio X uscito durante l’anno sull’Egitto dell’X fotografo che poi ha fatto il giro del mondo, o delle foto vincitrici del WPP proprio qualche giorno prima. Nei primi round non vengono neanche lette le storie. Il colpo d’occhio, l’estetica vince, e in questo modo si sfoltisce. Le storie vengono lette al terzo round, dove le storie o le immagini singole si sono ridotte al massimo a una decina. E’ difficile da spiegare e quindi invito a fare una prova (di solito partono alle 16 e finiscono alle 2 del mattino).
Ho molte perplessità su questa foto vincitrice, così come su altre in diverse categorie. Non sento che mi spinge oltre la superficiale, ma piacevole, curiosità di andarmi a rivedere La Pietà. Ma vorrei aggiungere un’ultima riflessione nata proprio ieri sera. Ho seguito la selezione di quasi 500 storie nella categoria…diciamo ..”storie contemporanee”. C’era un po’ di tutto..ma ho notato una forte difficoltà da parte dei fotografi ad entrare nell’idea che si erano prefissati o c’era una forte “distanza” e un utilizzo di stili/storie già viste/pubblicate e vincitrici di qualche premio, nonchè un utilizzo fortissimo dell’estetica proprio per colmare un vuoto. Le foto di news sembrano invece godere del fascino della notizia e presentate con una forte estetica. Ripensando a quanto successo nel 2011, ill movimento di Wall Street( ed è solo un esempio), è stato rappresentato fotograficamente in modo molto omogeneo ma nessuna foto di questo evento è riuscita a vincere nulla. Non erano esteticamente interessanti? Il tema non era significativo(ne dubito)..non so, forse dovremmo chiedere ai giurati..

World Press Photo 2012

In giuria al World Press Photo – Renata Ferri