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Sabato

Quanto tempo dura una giornata? Anche una vita intera se la memoria indulge nel ricordo di anni passati, scivolando lungo il sentiero che va a ritroso nel tempo, fino allo scoglio rappresentato da ricordi dolorosi e poi – invertendo la rotta – si allentano i freni dell’immaginazione, per spingersi fino ai confini che neppure il disincanto riesce a contenere.Anche un libro da 289 pagine di 39 righe l’una.

Almeno il Sabato che Ian McEwan evidenzia sul calendario con un cerchietto rosso. E’ il 15 febbraio del 2003. Una giornata particolare sia per Londra, invasa dal popolo pacifista che manifesta il suo No alla Guerra, che per uno dei suoi abitanti che vede in sole 24 ore sovvertire l’ordine delle sue priorità, dei suoi desideri, dei suoi rimorsi, delle sue paure. Un sabato che Henry Perowne, qualche ora prima dell’alba, impersona lo spettatore di un incidente aereo (terrorismo? e chi può escluderlo dopo l’11 settembre…) e, da ultimo, in un crescendo sapiente di toni e clamore, gli affida il ruolo di protagonista di un dramma personale. Il pubblico si intreccia nel privato, quasi per caso, nel tentativo di evitare il corteo che ha preso possesso delle strade della città, ma non il cuore delle istituzioni.
Perowne è un neurochirurgo abituato, per professione e per propensione, ad operare sui crani da mattina a sera. Si ritrova, suo malgrado, (con moglie avvocato, figlio musicista, figlia poetessa), ad affrontare le impreviste insidie della mente, di una mente malata che minaccia tutto quello che è riuscito ad ottenere. E se l’esordio del 15 febbraio è adrenalinico e il suo epilogo al cardiopalmo, tutti gli istanti dal momento iniziale conducono a quello finale, vengono scanditi con il ritmo abituale della vita. Solo per questo alcuni passaggi risultano, ai critici più titolati, venati di eccesso di compiacimento descrittivo. Un pò come come Match Point di Woody Allen.

La vita, solitamente, scorre lungo l’alveo della normalità, talvolta banale, qualche altra noiosa, in rare occasione illuminata da scintille di felicità. Occasionalmente, se non eccezionalmente, la routine si scontra con l’inatteso e solo in momenti come questi si torna a palpitare.

Ed è per questi momenti che vale la pena vivere.
Il contesto sociale in cui si muovono i personaggi di McEwan è quello che descrivono i media internazionali, affllitti come siamo – ad ogni latitudine – dagli stessi incubi, ma qualche riferimento alla realtà lo rendono immediato e riconoscibile. A rendere familiare l’atmosfera anche la trasposizione di figure note, magari proprio quel Blair che insiste per schierarsi al fianco degli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq. Ma non nell’esercizio delle sue funzioni a Downing Street, no, troppo scontato. Il premier britannico si affaccia alla Tate Modern mentre il sindaco di Roma – sì, proprio Veltroni – si lancia in un’ardita metafora fra artisti rinascimentali e chirurghi contemporanei.

Per chi vuole esplorare l’ansia del proprio tempo che fa oscillare fra tolleranza e intransigenza, oggi alle prese con la tensione scatenata dalle vignette satiriche sul profeta Maometto e domani, chissà… Basta affacciarsi alla finestra.