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La vita autentica

 

Visti i tempi, il titolo suona quasi come una provocazione.  Che cosa sia una ‘vita autentica’, in questo breve saggio viene spiegato con incalzante sintesi e molte citazioni filosofiche e bibliche. A rendere autentica una vita è la libertà, non solo quella di autodeterminarsi, in sintonia con i propri desideri e aspirazioni profonde, ma anche la libertà da se stessi, la capacità di diffidare di se stessi, di mettersi dialetticamente  in discussione.  

“Pensare contro se stessi”, direbbe un nichilista come Cioran.

“Ma ecco il paradosso: proprio per guadagnare il centro di me stesso, devo diffidare di me stesso, mi devo superare. (…) Solo uscendo dal mio orizzonte inevitabilmente limitato sarò infatti nella condizione di incontrare qualcosa di più grande e di più stabile del mio piccolo e instabile Io (…). ”

Essere autentici implica il rifiuto della menzogna, del rivestire le cose con parole false, opportuniste, accomodanti, con la furbizia ( ”un uso distorto dell’intelligenza”). La realtà non mente mai, sono le parole a farlo. “E’ solo la mente che può mentire, che anzi molto spesso mente (ed è significativa questa assonanza tra ‘mente’ e ‘mentire’ e ‘menzogna’ che l’italiano deriva dal latino, dove il sostantivo mens dà origine al verbo mentior, infinito mentiri)”.

 Ma perché la menzogna è così frequente? Per una specie di istinto di sopravvivenza, per “uscire” da situazioni – nel lavoro, nelle relazioni, nel rapporto con se stessi – vissute come trappole. “E la mente mentisce per smentire la realtà. La menzogna diviene così una via di uscita verso una desiderata liberazione esistenziale, secondo una pericolosa quanto diffusa ingenuità che non fa altro che aggravare il problema, perché la menzogna incatena ancora di più, come il muoversi convulsamente nelle sabbie mobili fa sprofondare ancora più in fretta”.

E’ proprio il discorso sul linguaggio a essere più affascinante, perché sa svelare ‘a contrario’ quello che invece viviamo ogni giorno, nella ridondanza di segni, mediatici o relazionali, dell’era facebookiana; un’epoca, per parafrasare Roland Barthes, non più del ‘discorso amoroso’, quanto del monologo narcisista tra monadi. Si mente anche in profondità, con l’incoscio, a volte fin da piccoli. E suona così provocatorio, questo richiamo all’autenticità, che lo stesso Mancuso alla fine si chiede perché mai perché dovremmo essere autentici.

Per costruire la nostra casa sulla roccia e non sulla sabbia. “Penso però che per tutti valgano le celebri parole dell’Ulisse dantesco, secondo le quali, alla luce della nostra essenza di uomini, la vita autentica è quella vissuta all’insegna del bene (virtute) e dell’amore per la verità (canoscenza). Impostare tutte le relazioni sulla base di questi valori è la più grande fortuna che possa capitare nella vita”.

L’approdo di un viaggio speculativo che l’autore, teologo, fa cominciare dalle inevitabili, secolari, antinomie legate al senso della vita – sacra versus libera – l’approdo per credenti e non, è quello della speranza. (Cristina Bolzani)