Suites inglesi

A Roland Barthes
maestro di solfeggio

Ero andato a incontrarlo da studente
per una tesi, e invece chiaccherammo
solo degli spartiti che portavo con me.
Suonava al piano Bach e la corrente
di quel “ruscello” lo sospinse via
fra mulinelli e anse.
A che serve suonare?
Un’obbedienza cieca,
un’arte marziale: l’ascesi,
e in fondo il suono che si lega uguale,
il Sempre-uguale,
se non di un lenimento,
di un mite risarcimento musicale.

(Valerio Magrelli, Roland Barthes, Marcos y Marcos)

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Glenn Gould alla tv

Entusiasta, chiaro, carismatico. E poi pianista, compositore, ma anche attore, pensatore, direttore d’orchestra. E’ tutto questo Glenn Gould nelle diciannove ore di programmi cinematografici e televisivi con la Canadian Broadcasting Corporation. Sono speciali televisivi, concerti, interviste e discussioni, ora in Dvd, nei quali il pianista – famoso per i ritratti  solitari nei paesaggi innevati del Canada, e per quel canterellare solipsistico e così poco accademico che a volte accompagnava le sue esecuzioni – si rivela in in una inedita versione divulgativa, tanto a suo agio con la telecamera quanto era malmostoso nei concerti dal vivo.

In questi triti tempi televisivi è un esempio di tv che potrebbe dare un’idea a qualche autore. E’ rimasto un unicum il programma condotto da Roman Vlad che presentava il ciclo di registrazioni di Arturo Benedetti Michelangeli per la Rai nel 1962; erano lezioni esemplari per la capacità didattica appassionata di trasmettere il senso delle opere e dell’intepretazione.

Del resto si è visto che quando Rai ha concesso sporadici passaggi televisivi ai musicisti c’è sempre stato un picco di ascolti e interesse. Il ‘farsi’ della musica davanti alle telecamere che avvicinano alla più grande platea strutture apparentemente astratte e difficili a quanto pare è uno spettacolo convincente. Se poi l’istrione di turno è  un ombroso James Dean del pianoforte, il risultato non può che essere brillante.

Per capire Glenn Gould in relazione alla musica è utile leggere L’ala del turbine intelligente, una raccolta di ‘deliziosi e provocanti shock’, sono parole di Leonard Bernstein, a volte giudizi ironici, a volte provocazioni eccentriche, argomentazioni controcorrente, guizzi della sua incredibile e ‘turbinosa’ intelligenza.  Parla di Mozart e Beethoven, della musica nell’Unione Sovietica, Strauss, Mahler, Schoenberg e la dodecafonia. Sollevò polemiche la sua opinione che il concerto era un’istituzione moribonda; Gould peraltro aveva una fede incrollabile nelle tecnologie e si spese al massimo per le registrazioni discografiche (oltre che, come si è visto, per la tv). Un punto di vista ribadito nel capitolo (qui in una scena di 32 piccoli film su Glenn Gould) Glenn Gould parla di Glenn Gould con Glenn Gould.

Mirabilmente singolare

Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto

 

 

Il soccombente

L’idea era quella di rintracciare l’esistenza, la propria non meno delle altre. Questa era l’intenzione di Thomas Bernhard alla base della sua autobiografia (Adelphi, 2011). Il soccombente è lui prima dei suoi personaggi. Prima di quello, forse il suo più famoso, che si trova, pianista mediocre, a rivaleggiare nientemeno che con Glenn Gould, piccolo genio poi cresciuto e diventato genio inarrivabile.
Soccombente lo è fin dalla nascita, Thomas Bernhard. Figlio di una ragazza-madre che aveva lasciato l’Austria per sottrarsi allo scandalo, ancora neonato è affidato ai nonni con i quali vive, prima a Vienna, poi a Seekirchen e a Salisburgo, gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Frequenta il liceo classico, che non conclude. A diciotto anni viene ricoverato in sanatorio, dove comincia a scrivere. La sua polemica sferzante contro le istituzioni e la sua ‘meschina’ Austria ha un germe in questo accidentato periodo giovanile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come nel soccombente, in Thomas Bernhard la musica è molto determinante. Mentre in alto parlo, in basso batto sempre il tempo con la punta del piede. Non l’ha mai notato? Naturalmente è impossibile osservare contemporaneamente il piede e la bocca. In me c’è un accordo perfetto, contrappuntistico. Devo farlo perché sono una natura musicale. Quando dico qualcosa batto continuamente il tempo con i piedi. Non lo posso fare solo quando sono in sala operatoria, legato a un tavolo. Ma in queste circostanze non si è nemmeno così loquaci. (…) In verità sono le persone tragiche e infelici a essere musicali. Non per nulla la gente viene sepolta a suon di musica, perché la musica ha evidentemente a che fare con il tragico e con il dolore. – Pare che tutti muoiano con una melodia in testa, l’ho sentito dire una volta, no? Quando tutto è già finito – spirito, persone, ricordo – rimane sempre, rimane pur sempre la musica. (Thomas Bernhard: un incontro, SE Milano 2003)

Nel Soccombente il protagonista Wertheimer ha l’enorme sfortuna di partecipare – con un terzo pianista, voce narrante – a un corso con il Genio. Da qui la variazione ossessiva e claustrofobica sul tema dell’invidia, dell’emulazione, del sentire doloroso il talento altrui e la propria mancanza di talento, la propria sconfitta. La Forza di Gould prevale sulla Debolezza del pianista mediocre, che contempla il proprio fallimento.

La vicenda di Wertheimer è l’iperbole del fallimento umano e può chiudersi solo con il suicidio. E, all’opposto, la figura del Genio può solo svettare su tutti con smodata energia.
Il nostro Glenn Gould era capace di risate irrefrenabili, nessun altro al mondo sapeva ridere in quel modo, pensai, per questo più di chiunque altro andava preso sul serio.

 

 

 

 

Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto

Se ancora ci fosse bisogno di indagare nella pervicace natura  ossessiva di uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi, questo saggio di Katie Hafner – corrispondente del New York Times,  pianista dilettante e blandamente in balia del mito di G. G. - raggiunge lo scopo, aggiungendo alla ormai ricca bibliografia sul canadese eccentrico anche quella parte più segreta e tecnica che è il rapporto del pianista con il ‘suo’ pianoforte. La svolta avviene grazie all’incontro con Verne Edquist, “un povero contadinello semicieco”,  l’accordatore che avvicinerà Gould al pianoforte modello Steinway CD 318 e a un connubio che si sarebbe rivelato ideale.

Gould si affezionò profondamente allo strumento, anche se era malconcio e graffiato. Sebbene non sapesse con precisione quando fosse stato costruito il pianoforte, ogni volta che qualcuno gli domandava quanti anni avesse, si limitare a rispondere che il CD 318 risaliva agli anni ’30, l’età d’oro della Steinway tra le due guerre mondiali. Sembrava orgoglioso del fatto che il suo pianoforte fosse ‘non proprio un affare di Stato’, come lo definì, ma quasi. Lo preferiva scialbo, dall’aspetto un po’ trasandato. Ma quel che Gould amava più di tutto era il controllo che sentiva di possedere. la meccanica del 318 era come l’acceleratore di una macchina da corsa. (…) Gould poteva a stento contenere la gioia per quel che il CD 318 era diventato. ‘ E’ un insieme di canne d’organo, un gruppo di virginali’ affermò. ‘E’ qualunque cosa tu voglia farne. E’ un pianoforte straordinario”. Inframmezzato da note biografiche piuttosto conosciute (per la biografia è molto bello il libro di Bazzana , Mirabilmente singolare) comprese alcune fotografie (la prima, il sedicenne Glenn e il suo setter inglese Nick alla tastiera),  la Hafner approfondisce aspetti meno noti come i rapporti tra la Steinwey e i suoi musicisti e le strategie per evidenziare il marchio e imporsi sul mercato.

 

La sua ricerca della perfezione comincia e finisce con due registrazioni delle Variazioni Goldberg di Bach. La prima versione è  nel 1955, quando aveva 23 anni. La seconda, nel 1982, fu registrata a pochi mesi dalla sua morte. Ha un ritmo più lento, come incantato. Ed è eseguita, dopo anni di nobili artigianali Steinway & Sons, con un ‘moderno’ Yamaha.  Naturalmente il segreto della ’aura Gould’ è molto lontano da un preciso modello di pianoforte o dalla figura se pure decisiva dell’accordatore. Ma ogni dettaglio diventa mitico se si parla di un mito.   (Cristina Bolzani)

foto tratta da  blogs.ubc.ca

 

Il soccombente

 

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