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Adorabile!

ADORABILE Non riuscendo a precisare la specialità del suo desiderio per l’essere amato, il soggetto amoroso non trova di meglio che questa parola un po’ stupida: adorabile!

I. (…) Con un’impressione della notte ancora addosso, mi risveglio illanguidito da un pensiero allegro: “Ieri sera, X… era adorabile”. E’ il ricordo di che cosa? Di ciò che i greci chiamavano la charis: “lo splendore degli occhi, la bellezza luminosa di un corpo, il fascino dell’essere desiderabile”; può darsi persino che, come nella charis antica, io vi aggiunga l’idea – la speranza – che l’oggetto amato si concederà al mio desiderio.

2. Con una logica tutta particolare, il soggetto amoroso sente l’altro come un Tutto (come se si trattasse della Parigi autunnale) e, al tempo stesso, questo Tutto gli sembra comportare un resto, che egli non può esprimere. E’ soltanto l’altro a produrre in lui una visione estetica: egli lo elogia per il fatto di essere perfetto, si gloria per averlo scelto perfetto; immagina che l’altro voglia essere amato, come vorrebbe esserlo lui stesso, non già per questa o quella sua qualità, ma per tutto, e questo tutto glielo concede sottoforma di una parola vuota, giacché Tutto non potrebbe inventariarsi senza senza sminuirsi: all’infuori del tutto dell’affetto, in Adorabile! non è contenuta nessuna qualità. Tuttavia, esprimendo tutto, adorabile esprime anche ciò che manca al tutto; la parola vuole designare lo spazio dell’altro in cui viene specialmente a innestarsi il mio desiderio, ma questo spazio non è designabile; io non saprò mai niente di lui; il mio linguaggio sarà sempre confuso, esso cincischierà nel tentativo di esprimerlo, ma io non potrò mai produrre altro che una parola vuota, la quale è come il grado zero di tutti gli spazi in cui si forma il desiderio  specialissimo che io ho di quell’altro là (e non di un altro).

3. (…) Per trovare l’Immagine che, tra migliaia, si confà al mio desiderio, ci sono volute molte combinazioni, molte sorprendenti coincidenze (e forse molte ricerche). E’ un enigma che io non riuscirò mai a risolvere: perché mai desidero il Tale? Perché lo desidero persistentemente, languidamente? E’ tutto lui che desidero (una sagoma, una forma, un’aria). O è solamente una parte di quel corpo? E, in tal caso, che cos’è che, in quel corpo amato, ha per me il valore di feticcio? Quale porzione, per quanto esigua sia, quale sua caratteristica? Il taglio di un’unghia, un dente leggermente rotto di sbieco, una ciocca di capelli, un certo modo di muovere le dita mentre parla, mentre fuma? Di tutte queste caratteristiche del corpo, ho voglia di dire che sono adorabili. Adorabile vuol dire: questo è il mio desiderio, in quanto esso è unico: “E’ questo! E’ esattamente questo (che io amo)!” Tuttavia, più provo la specialità del mio desiderio, meno sono in grado di precisarla; alla precisione di ciò che voglio dire corrisponde uno sfocamento del nome; il proprio del desiderio non può produrre altro che un improprio dell’enunciato.  Di questo fallimento linguistico, resta soltanto una traccia: la parola “adorabile” (la buona traduzione di “adorabile” sarebbe l’ipse latino: proprio lui in persona).

4. Adorabile è la traccia insignificante d’una fatica, che è poi la fatica del linguaggio. Una parola dopo l’altra, mi logoro a dire in modo diverso la stessa cosa della mia Immagine, a dire impropriamente quello che è proprio del mio desiderio: un viaggio al termine del quale la mia filosofia ultima non può essere altro che riconoscere – e praticare – la tautologia. E’ adorabile ciò che è adorabile. O anche: ti adoro perché sei adorabile, ti amo perché ti amo. Ciò che limita così il linguaggio amoroso, è precisamente ciò che lo ha istituito: la fascinazione. Giacché descrivere la fascinazione non può mai, in fin  dei conti, andare al di là di questo enunciato: “io sono affascinato”. Avendo raggiunto il limite estremo del linguaggio, la dove, come un disco che si è incantato, esso non può che ripetere la sua ultima parola, io mi stordisco con la sua affermazione: la tautologia non è forse quella improbabile situazione in cui, con tutti i valori mescolati fra loro, si ritrovano la fine gloriosa dell’operazione logica, l’osceno dell’imbecillità e l’esplosione del nietzschiano?

(tratto da R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, pgg. 17-19)

Questione di stile