Lo svizzero e la sua compagna erano entrati dall’agente immobiliare Moritz proprio nel momento in cui tentavo non solo di chiarirgli, e in definitiva di spiegargli in termini scientifici, i sintomi della mia infermità psicoaffettiva, ma a lui, a Moritz, in quel periodo certo la persona che probabilmente mi era più vicina, gli ero capitato in casa per rovesciar fuori tutto d’un colpo, nel modo più brutale, la parte interiore della mia esistenza, non solo aggredita ma già completamente stravolta dalla malattia, esistenza che fino a quel momento lui conosceva soltanto da un aspetto superficiale che non lo inquietava particolarmente e quindi non lo colpiva per nulla, e dovevo spaventarlo e sgomentarlo mediante la diretta brutalità del mio esperimento se non altro per il fatto che in quel pomeriggio da un istante all’altro avevo svelato e rivelato a Moritz quello che per tutti i dieci anni della mia conoscenza e amicizia con lui gli avevo tenuto nascosto, anzi per tutto questo tempo gli avevo in fondo sempre più celato com matematica cavillosità, gli avevo occultato incessantemente e senza pietà verso me stesso perché lui, Moritz, non potesse gettare neanche la più piccola occhiata nella mia esistenza, questo lo aveva profondamente sconvolto, ma da questo suo sgomento non mi ero minimamente lasciato bloccare nel mio meccanismo di rivelazione messo in moto quel pomeriggio, veemente e certo legato anche alle condizioni atmosferiche, ma a poco a poco quel pomeriggio, come se non avessi avuto alcuna altra scelta, davanti a Moritz, che quel pomeriggio avevo asalito di sorpresa con la mia trappola mentale, avevo svelato tutto ciò che mi riguardava, svelato tutto ciò che c’era da svelare, rivelato tutto ciò che c’era da rivelare;
per la durata di tutto l’episodio avevo preso posto come sempre sul sedile d’angolo di faccia alle due finestre vicino alla porta d’ingresso dell’ufficio di Moritz, quella che io chiamavo la stanza dei classificatori, mentre lui, Moritz, era già la fine di ottobre, mi stava seduto di fronte nel suo cappotto grigio topo, a quell’ora probabilmente già in stato di ubriachezza, non l’ho potuto constatare con esattezza nell’oscurità già incombente; per tutto il tempo non lo avevo perso d’occhio, era come se quel pomeriggio, dopo che per settimane non ero entrato in casa di Moritz, anzi per settimane ero ormai rimasto solo con me stesso, vale a dire in balia della mia testa e del mio corpo nella massima concentrazione riguardo a ogni cosa per un periodo troppo lungo per non distruggere anche i nervi, mi fossi deciso a tutto ciò che per me poteva significare salvezza, finalmente mi ero precipitato fuori dalla mia umida fredda oscura casa attraverso il bosco fitto e cupo piombando su Moritz come su una vittima che avesse il potere di salvarmi la vita per non lasciarmelo più sfuggire, questo mi ero proposto avviandomi verso la casa di Moritz, fino a quando con le mie rivelazioni, vale a dire con offese veramente inammissibili, non avessi raggiunto un grado accettabile di sollievo con lo svelare e il rivelare quanto più possibile della mia esistenza per anni tenutagli nascosta. (traduzione di Claudio Groff)

Più che improbabile, surreale. L’eredità di Man Ray, pioniere della fotografia e artista leggendario dell’avanguardia dadaista, è nel garage di un meccanico di Long Island – negli Stati Uniti – ed è in vendita a 20 milioni di dollari.
opere, è il fratello di Juliet, Eric Browner, che giunto all’età di 86 anni, sollecitato dalla numerosa famiglia, sta cercando di vendere tutto. La cifra richiesta suona come un’altra nota surreale della storia: 20 milioni di dollari. Il Centre Pompidou di Parigi e lo Smithsonian Museum di Washington si erano interessati all’acquisto, per poi desistere di fronte alla somma richiesta.
suo dipinto del 1941, “Fair Weather”, per la cifra record di 2 milioni di dollari, ma c’è chi sostiene che il patrimonio custodito a Long Island non valga il suo prezzo. Timothy Baum, uno dei più affermati mercanti dell’arte surrealista, ha definito la somma “folle”, per “un residuo di un archivio”. Altri, come la curatrice indipendente Merry Foresta, temono che la richiesta di una cifra insostenibile porti a una suddivisione del patrimonio, cosa che penalizzerebbe gli studi sull’opera di Man Ray.
Si divertirebbe a vedere alcune delle lettere che ricevo: una da un «autentico montanaro del West Virginia alla sua amica scrittrice [...]. Ho una grave malattia al cuore e ai vasi sanguigni, non cerco soldi né compassione, ma quant’è vero Iddio mi piace come compone le parole: sinsationally, uah, ah ah». Un’altra da un giovanotto il quale sostiene di aver scritto un romanzo che è una via di mezzo fra Il cucciolo, Prigionieri del passato e Via col vento, ed è convinto che, dato il mio bagaglio di conoscenze, potremmo scriverne uno a quattro mani bello come Via col vento. Poi aggiunge che ha 35 anni, pesa 80 chili, è alto un metro e ottanta, è considerato «di bella presenza, intelligente, molto ambizioso e il 20 aprile a Miami, Florida, mi sono rotto la gamba in quattro punti, perciò ce n’ho di tempo per scrivere». La più recente è di un certo signor Semple di Cincinnati che non ha letto assolutamente niente di mio ma non capisce proprio come faccio a dire che un brav’uomo è difficile da trovare. Lui è ingegnere industriale, gli piace il bridge, è dinamico, 31 anni, scapolo ecc. ecc. Ho scritto al signor Semple che non mi sembrava avesse i numeri per piacermi, mentre io, coi miei sette denti d’oro e 120 chili di peso, di sicuro gli avrei fatto perdere la testa. Ieri ho ricevuto una cartolina dal montanaro del West Virginia. Raffigurava un rododendro in un prato con la scritta: «Non sai quanto mi rodo dentro lontano dalle montagne del West Virginia!»
Lon e Braindard [Cheney] non cambiano mai ma del resto, lo dice il nome stesso, lui è duro di cervello. Scrive discorsi per il governatore del Tenn., lui, e sono convinta che pensa in termini di fissione nucleare e di guerra fredda. Significa portare un fardello, l’inevitabile fardello del cattolico consapevole. Significa sentire la contemporaneità in misura estrema. Penso che soltanto la Chiesa saprà rendere sopportabile il terribile mondo al quale stiamo approdando; l’unica cosa a rendere sopportabile la Chiesa è che in qualche modo è il corpo di Cristo e che da esso traiamo nutrimento. Che sia necessario soffrire tanto a causa quanto a favore della Chiesa sembra un dato di fatto, ma se si crede nella divinità di Cristo, bisogna avere caro il mondo pur dovendo lottare per sopportarlo. Il che forse spiega perché nei racconti non c’è amarezza.

